Qui al bar fa (relativamente) caldo, niente di bonelliano, figurarsi, ma sufficiente a mettere in vena di leziosità malinconiche, di filosofia da bar. Spicciola, per carità. Balneare. Per esempio, sulla faccenda delle corna di Raoul Bova, che non poteva non finire in farsa, anzi in vacca: lui, l’attor maturo che fa il prete, lei, la immancabile aspiratutto, aspirante modella, aspirante influencer, aspirante attrice, aspirante famosa: senza titoli, dunque perché non si propone in politica (oddio, adesso se ci legge di sicuro lo fa); in mezzo le solita figurine di raccordo, sfuggenti, sul losco andante, da “dico e non dico”, da faccio cose e vedo gente, e poteva mancare quell’arnese di Corona, il cui stato di libertà appare sempre più misterioso, con annessi e connessi sospetti di ricatti, di maneggi, di spacciatori certi, certissimi, anzi presunti?
Scusate, qui al bar siamo un po’ datati, intollerabilmente patriarcali, abbiamo detto spacciatori invece che pusher, ah, che delizia la neolingua che non è solo woke, che mette d’accordo tutti, un trafficante di droga è pusher, una del mestiere più antico del mondo escort e così via.
Allora qui la filosofia baristica non casca sul troppo facile dove andremo a finire, signora mia, quanto sul dov’è andata a finire Milano, maranza mio. Un non luogo che da gran tempo ha perduto il costume del populismo socialista, martinitt e opere sociali, ma pure quello “da bere” alla Donatone di “Vacanze di Natale”, ribaldo ma in fondo simpatico, “Ivana, fai ballare l’occhio sul tic: via della Spiga Hotel Cristallo Cortina due ore, cinquantaquattro minuti ventisette secondi: Alboreto is nothing!”.
No, questa è una Milano da non vivere, la Milano maranzata dove un sindaco conta meno di un architetto, dove esagerano in piste ciclabili e poi vendono il cielo agli arabi di Dubai per i grattacieli, e per coprire gli affari, come diceva quel maneggione, “basta una verniciata di sostenibilità”. Il risultato è una Milano insostenibile: quattromila famiglie deportate nei cantieri bloccati, se escono il tagliagole “nuova generazione” li scanna, “qui parliamo di percezione” diceva l’archistar al sindaco fauno “ma ci vorrebbe l’esercito perché prima o poi ci scappa il morto”.
È la Milano non Milano, la Milano maranzata, la Milano movidara “cazzofiga” di Corona, delle corna vipparole, dei boschi verticali e delle periferie orizzontali, dei trapper ultrà, un non luogo dove non niente si tiene più insieme perché non c’è più niente da tenere; una negazione di metropoli dove, come dice il filosofo (vero) Zecchi, “predomina l’anarchia, non esiste nessuna visione”. Adesso capisco quell’amica, che credevo amica, la quale veniva qui al bar e mi ammaestrava, lei sta nel mercato immobiliare, vantava relazioni “con Dubai” e sovvenzionava qualche apprendista filosofo putiniano a mezzo dei soliti circoletti affaristi. Essendo una importata, voleva disperatamente far parte della koiné e motteggiava in modo caricaturale: “Uhè, testa, ma lo capisci o no che è tutto un dare e un avere? Che se non sei dentro sei fuori?”. Ma a volte ad esser fuori, in tutti i sensi, sono quelli che stanno più dentro.
Il Barista
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