Esteri

La morte in diretta, il confine che l’America stava per cancellare

Trump ferma la diretta dell’esecuzione di Nidal Hasan. Ma il vero scandalo è aver pensato che la morte potesse diventare uno spettacolo

Ci sono voluti otto giorni. Otto. Perché l’America si ricordasse che la morte di un uomo non è uno spettacolo da trasmettere in diretta streaming. Alla fine, ci ha pensato Donald Trump. E meno male. Ma il tempo impiegato e che sia stato necessario un intervento del presidente Usa per arrivare a una conclusione del genere merita qualche riflessione. Il 7 ottobre Marco Rubio ha pronunciato un discorso inaspettato sulla collina della Pnice, davanti all’Acropoli di Atene. Uno di quei discorsi che fanno pensare. Una riflessione sulla civiltà nata in Grecia, plasmata da Roma, cresciuta attraverso il cristianesimo.

Rubio vuole che l’America guidi il risveglio dell’Occidente. Ha parlato di una civiltà fondata sul coraggio, sull’onore, sul dovere. Sull’aspirazione alla verità, al bene e alla bellezza. Ha ricordato il thymós degli antichi greci: il fuoco della passione, la voglia d’avventura, la forza, il coraggio e l’orgoglio. Quella forza interiore senza la quale le nazioni sono incapaci di combattere e sopravvivere.

Ha ricordato Socrate, Leonida, Achille, i martiri cristiani, Tommaso Moro. Uomini disposti a sacrificare la vita pur di non tradire sé stessi. «I nostri eroi possono essere disposti a morire per la loro causa, ma i nostri eroi non venerano la morte. È proprio perché attribuiamo valore alla vita che riconosciamo l’eroismo di chi preferirebbe sacrificarla piuttosto che tradire i propri principi».

Rubio contrappone l’eroismo occidentale al culto della morte dei fanatici islamisti iraniani. Eppure, proprio il 7 ottobre, il segretario alla Difesa Pete Hegseth annunciava che l’esecuzione di Nidal Hasan, l’ex psichiatra militare condannato per aver assassinato tredici persone nella strage di Fort Hood, sarebbe stata trasmessa in diretta streaming. Il 3 dicembre un plotone d’esecuzione avrebbe dovuto mettere fine alla vita di Hasan. E milioni di persone avrebbero potuto assistervi comodamente da casa. Per fortuna, il 15 ottobre, Trump ha deciso che quella diretta non ci sarà.

Eppure, resta una domanda: come abbiamo fatto ad arrivare al punto di dover discutere se trasformare la morte di un uomo in uno spettacolo pubblico? Si può essere favorevoli alla pena di morte come si può essere contrari. Ma qui non si tratta più di discutere che cosa sia la pena di morte. Si tratta di capire che cosa siamo noi davanti alla pena di morte.

La sua trasformazione in spettacolo. La tragedia di un uomo – e questo vale anche per chi ha assassinato tredici persone – ridotta a contenuto da consumare. Tutto da riprodurre su uno schermo, condividere online e commentare su X. La società dell’imbarbarimento. Dell’onanismo sulla morte altrui. L’ultimo respiro come prodotto di intrattenimento. «Amore, stasera guardiamo l’ultima puntata degli 883?». «No, metti il sito della Difesa americana. C’è l’ultima esecuzione». Da Una vita in diretta siamo arrivati a Una morte in diretta. Tutto da consumare sdraiati sul divano.

Insomma, diciamolo chiaramente: la spettacolarizzazione della morte ci fa un po’ schifo. Ma guardando quel lato di mondo, ci sorprende davvero? È il 10 settembre 2025. Charlie Kirk viene assassinato barbaramente. Neanche 48 ore dopo, sul sito della sua fondazione compaiono maglie, tazze e gadget con il suo volto e le date di nascita e di morte. La mercificazione dell’esistenza. L’uomo-prodotto. La sofferenza-contenuto. La morte come conclusione di un progetto editoriale. Produci, consuma, crepa.

Rubio vuole gli Stati Uniti alla guida di questa riscoperta culturale. Chi scrive preferirebbe l’Europa. Come chi scrive, al concetto generale di Occidente preferisce un’Europa diversa. Le esecuzioni pubbliche le conosciamo. Hanno fatto parte anche della nostra storia. Oggi, però, avvengono nell’Iran degli ayatollah e nell’Afghanistan dei talebani. Nessuno vuole equiparare la giustizia americana a quella di quei regimi. Sarebbe disonesto. Ma quella differenza deve continuare a restare riconoscibile. Anche nel modo in cui uno Stato esercita il proprio potere sull’uomo. Perché l’Occidente ha imparato, non senza errori, a sottoporre la forza alla ragione e il potere al diritto. E che cosa avrebbe dimostrato uno Stato invitando i propri cittadini ad assistere alla morte di un uomo? Non la forza, ma la sua messa in scena.

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Alla fine, Trump ha fermato tutto. Ma per quale motivo? Perché si è ricordato della dignità umana o perché, a meno di tre settimane dalle midterm, non poteva permettersi un’altra polemica? Il 9 ottobre aveva detto di approvare la diretta. Sei giorni dopo ha cambiato idea.
Un sondaggio del Washington Post, realizzato con ABC News e Ipsos, ha fotografato un’America contraria alla trasmissione: l’80% degli intervistati, compreso il 64% dei repubblicani. Eppure, tra i repubblicani MAGA, il 43% era favorevole. Quasi uno su due. Insomma, forse più che la civiltà occidentale hanno funzionato i sondaggi. Non possiamo saperlo. Ma il dubbio è legittimo. E quel 43% racconta che per una parte della base trumpiana, assistere all’esecuzione di un uomo non rappresenta affatto un problema.

Spiace per loro. La diretta non ci sarà. La giustizia non ha bisogno di spettatori. La morte di un uomo non diventa più giusta se milioni di persone possono guardarla. Perché si possono fare discorsi stupendi. Parlare del thymós degli antichi greci, celebrare l’eroismo di Leonida, la sapienza di Socrate e il sacrificio dei martiri cristiani. Possiamo proclamare davanti all’Acropoli la grandezza della civiltà occidentale. Ma se poi arriviamo anche soltanto a concepire l’ultimo respiro di un uomo come qualcosa da guardare su uno schermo, significa che di quella civiltà abbiamo mummificato il corpo e dimenticato l’anima.

Alessandro Imperiali, 17 ottobre 2026

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