Esteri

Rubio umilia l’Europa: “Svegliatevi dal torpore”

Il segretario di Stato americano lancia la sfida a Bruxelles: senza industria, difesa e sovranità, l’Occidente rischia il declino

Rubio antiterrorismo (screenshot video uff)
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Dalla Pnice, con l’Acropoli alle spalle, il segretario di Stato americano lancia un messaggio all’Occidente: il futuro non aspetta i deboli. Washington ha scelto industria, tecnologia, difesa e sovranità. Bruxelles cosa vuole scegliere? Ci sono discorsi che valgono più per il luogo in cui vengono pronunciati che per le parole contenute nei comunicati ufficiali. E poi ci sono discorsi nei quali luogo e parole sembrano fatti apposta per incontrarsi. Marco Rubio ha parlato ad Atene, sulla Pnice, la collina dalla quale gli ateniesi si riunivano per discutere e decidere. Alle sue spalle l’Acropoli.

Davanti agli occhi del segretario di Stato americano, dunque, non c’era soltanto un pezzo straordinario della storia occidentale. C’era il simbolo di una civiltà che ha inventato la democrazia, ma che ha anche dimostrato una cosa molto più semplice: nessuna civiltà è garantita per sempre. E lui ha scelto proprio quel luogo per lanciare un avvertimento che riguarda soprattutto l’Europa. Il mondo occidentale, ha detto, si trova «a un bivio». Il prossimo decennio stabilirà se l’Occidente «manterrà la sua posizione nella leadership del mondo o se accetterà fatalisticamente un futuro di inerzia, subordinazione e declino». Tradotto dal politichese: o torniamo a essere forti, oppure qualcun altro deciderà per noi.

È questo il punto centrale del discorso di Rubio. E anche quello che rischia di essere più indigesto dalle nostre parti. Perché mentre in Europa continuiamo a discutere per mesi sulle parole da utilizzare nei documenti ufficiali, Washington torna a parlare di potenza. Una parola che da noi sembra quasi sconveniente. Una parola che evoca il passato, gli equilibri di forza, la geopolitica vecchio stile. E invece è esattamente ciò che, secondo Rubio, serve per affrontare il nuovo mondo.

«Gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta», ha spiegato. E questa scelta consiste nella «ricerca non negoziabile della potenza nazionale». Non è una frase da sottovalutare. Significa riprendere il controllo delle catene di approvvigionamento strategiche. Significa reindustrializzare. Significa ricostruire la capacità militare. Significa competere per la supremazia nelle tecnologie e nelle industrie del futuro.

Insomma: produrre, innovare, difendersi. Una ricetta che potrebbe sembrare banale. Eppure, a giudicare dalle condizioni dell’Occidente europeo, tanto banale non è. Per anni abbiamo raccontato a noi stessi che la globalizzazione avrebbe reso superflua la potenza nazionale.Per anni abbiamo raccontato a noi stessi che la globalizzazione avrebbe reso superflua la potenza nazionale. Che produrre lontano da casa fosse sempre più conveniente. Che la dipendenza energetica, industriale o tecnologica fosse un problema secondario perché «il mercato» avrebbe sistemato tutto.

Poi è arrivata la realtà. Le catene di approvvigionamento possono interrompersi. L’energia può diventare un’arma geopolitica. La tecnologia può trasformarsi in una questione di sicurezza nazionale. E senza una capacità militare credibile anche la diplomazia rischia di diventare soltanto una lunga serie di buone intenzioni. Rubio non sta quindi semplicemente dicendo agli europei di spendere di più per la difesa. Sta dicendo qualcosa di molto più scomodo: smettete di considerare la vostra stessa forza come qualcosa di sospetto.

Ed è qui che arriva la seconda parte del messaggio americano. Perché Rubio non ha chiuso la porta all’Europa. Anzi. Ha detto di credere che «l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e riaccendere la fiamma che è stata accesa qui migliaia di anni fa». È quasi un appello. Ma è anche un avvertimento.  L’America di Trump non sembra intenzionata a portare indefinitamente sulle proprie spalle un’Europa incapace di difendersi, produrre e competere. Washington vuole un’Europa più forte perché, nella sua visione, un Occidente forte ha bisogno di alleati forti, non di dipendenze permanenti.

E allora la domanda che Rubio lascia sulla Pnice è soprattutto nostra. Che cosa vuole diventare l’Europa? Una potenza capace di difendere i propri interessi, la propria industria, le proprie frontiere e la propria libertà? Oppure un continente sempre più ricco di regole e sempre più povero di potere? La fotografia della Pnice è perfetta. Da una parte l’Acropoli, testimonianza di una civiltà che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia. Dall’altra un Occidente chiamato a decidere se quella storia vuole ancora scriverla oppure limitarsi a celebrarla nei musei. Rubio, per conto dell’America di Trump, una scelta l’ha già fatta: prima la potenza, poi tutto il resto. Ora tocca all’Europa decidere se svegliarsi. O se continuare a dormire senza più alibi.

Apostolos Apostolou, 8 ottobre 2026

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