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La nostra scuola s’ispira a Marx. Per questo è fallita

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“Gli italiani non saranno liberi – diceva Luigi Sturzo – fino a quando non sarà libera la scuola”. Ma gli italiani, ossia le forze politiche e sociali organizzate, vogliono che la scuola sia libera? Salvatore Valitutti, che è stato l’ultimo grande conoscitore della storia della scuola italiana e del suo interno funzionamento, negli ultimi anni ripeteva in modo sconsolato: “La scuola italiana è una scuola di Stato e, forse, lo rimarrà per sempre”. Il veleno del valore legale dei titoli di studio – dalla licenza media al diploma fino alla laurea e ad ogni bollo statale – è penetrato così in profondità che, come temeva Luigi Einaudi, ormai la cultura italiana non distingue più tra Stato e Scuola e pensa che la seconda sia una proprietà della prima (che è come dire che la vita è di proprietà dello Stato). Può accadere, però, che il siero velenoso si diffonda in tutte le membra fino a uccidere non solo la scuola, che è morta da tempo, ma anche lo stesso Stato. Infatti, non è ciò che sta accadendo?

Il convegno che si è svolto a Palazzo Giustiniani il 13 febbraio scorso ha avuto il pregio di mettere in luce tanto il problema strutturale della scuola pan-statale quanto la soluzione: l’adozione del costo-standard. Con questa soluzione di ordine fiscale e contabile, ben documentata da Anna Monia, da un lato lo Stato recupererebbe un po’ di dignità nel garantire il diritto allo studio e dall’altro lato si vedrebbe riconosciuta la libertà di scelta alle famiglie. Tuttavia, pur avendo a portata di mano la soluzione e pur sapendo che la scuola paritaria fa parte del sistema statale dell’istruzione, né il governo né il Parlamento hanno reale intenzione di procedere. Perché? Semplice: la sinistra, i sindacati e lo stesso mondo scolastico credono, sia per convinzione sia per convenzione, che la scuola sia di proprietà dello Stato. In questo modo, non solo la scuola condanna sé stessa ad essere una sorta di straccio da cucina della burocrazia ministeriale, ma lo stesso Stato celebra il suo funerale.

La filastrocca che recitano coloro che vogliono restare all’interno del recinto della scuola statale di tipo napoleonico e monopolistico, senza Napoleone e senza Stato, è questa: “La scuola deve ritornare ad essere un ascensore sociale”. È una frase priva di senso perché la scuola di massa italiana, avendo esaurito ben presto nei primi dieci anni di vita il suo potenziale in termini di occupazione, è ormai un ascensore sociale che funziona al contrario: non sale ma scende. Non può salire perché è il suo stesso meccanismo, ossia l’uso del valore legale come controllo e collocazione dei diplomati, a impedirglielo. È un po’ come un’autostrada che avendo tutta la sua superficie ricoperta dalle auto non può essere più una via di circolazione. Ma non è solo una questione di quantità.

Immaginate questa scena. C’è una commissione formata da docenti con scarsa autorevolezza che esamina degli studenti che hanno difficoltà a leggere, scrivere, calcolare. Alla fine degli esami gli studenti, anche con voti molto alti o addirittura massimi, avranno un diploma che certificherà per legge la loro preparazione e a loro volta, come con la precedente commissione, si procederà a distribuire altri titoli di studio che nella sostanza certificheranno, alla maniera dei sofisti, il falso come se fosse vero (con l’unica differenza, a vantaggio dei sofisti, che i Greci sapevano di cosa parlavano). L’Italia intera, cioè la sua vita morale, è all’interno di questa bolla. E siccome la realtà non concepisce le bolle, ecco che siamo gli ultimi in Europa un po’ in tutto.