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Il voto politico

La nuova lagna degli attivisti Lgbt: “Ai seggi discriminano i trans”

I registri elettorali ripartiti tra uomini e donne sarebbero una discriminazione. E scoppia la polemica

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Pensavamo ad una giornata politica fatta di percentuali, statistiche, ripartizione dei seggi, exit poll. E invece no: questa volta interviene, a gamba tesa, la candidata del Pd, Monica Cirinnà, per aprire una polemica che, sicuramente, interesserà ai 50 milioni di cittadini chiamati al voto: i registri elettorali ripartiti tra uomo e donna.

Esatto, secondo l’esponente dem, ci sarebbe una velata discriminazione ai seggi, proprio perché non sarebbero considerate le persone trans o “non binarie”: “Un ostacolo all’esercizio del voto delle persone trans e non binarie che, in questo modo, sono costrette a fare coming out”, ha affermato Cirinnà. Eppure, dal fondo della nostra estrema umiltà, ci permettiamo di evidenziare come, nell’esercizio di una votazione, non possa interessare in alcun modo il genere o l’orientamento sessuale di un individuo, né agli scrutatori, né ai votanti. A meno che non si voglia vedere un allarme omofobo in qualsiasi angolo del nostro Paese.

Ma non finisce qui. La candidata piddina prosegue nel ragionamento: “Si potrebbero, invece, dividere elettrici ed elettori in ordine alfabetico in base al cognome. Come succede altrove. Nessuno dovrebbe sentirsi discriminato, mai. Soprattutto quando esercita un diritto fondamentale come votare”. E la domanda sorge spontanea: ma c’è qualcuno che si può sentire veramente discriminato? C’è qualcuno capace di ritenere che i seggi siano luoghi in cui si esercita una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale? A meno di novità, a chi scrive pare che il voto si fondi sul suffragio universale, pratica ricorrente dal 1946. Ergo, la preferenza espressa alle urne da un eterosessuale ha la stessa importanza di quella di un omosessuale o transessuale, sempre se proprio dobbiamo scomodare la ripartizione dei sessi.

Nonostante tutto, il gruppo Trans di Bologna ha già proceduto all’avvio di una campagna elettorale, per raggiungere cinquemila firme ed inviarle al Viminale ed a Palazzo Chigi. In caso di silenzio, ecco che gli esponenti sarebbero pronti a scomodare l’intervento della Corte Costituzionale. Anche l’esponente arcobaleno, Cathy La Torre, ha deciso di rincarare la dose: questa pratica potrebbe costituire un illecito in tema di trattamento dei dati personali, contestandola veemente dinanzi agli scrutatori del suo seggio.

Risultato finale? Lo scrutatore ha chiamato le forze dell’ordine, causa intralcio alle operazioni di voto da parte dell’attivista. Insomma, dopo le lunghe attese di oggi, per la nuova introduzione del bollettino anti-frode; nel seggio numero 16 di Bologna, pare che la fila si sia ulteriormente prolungata. E ora che succede? Invalidiamo le elezioni? Forse, qualcuno a sinistra ci ha già pensato.

Matteo Milanesi, 25 settembre 2022