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La patrimoniale sulla casa è masochismo di Stato

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Pubblichiamo un estratto de “È l’Italia che vogliamo” (Piemme editore), scritto da Giuseppe Valditara e Alessandro Amadori, con prefazione di Matteo Salvini. Il libro costituisce una sorta di “manifesto della Lega per governare il Paese”, e come tale ovviamente affronta una molteplicità di questioni, rispetto alle quali ci si può riconoscere, riconoscere in parte, non riconoscere. Non è questo il punto. Ci interessa la visione generale del mondo proposta dai due professori (Valditara in particolare è stato allievo di Miglio, senatore per An e per il PdL ed è attualmente uno degli intellettuali “d’area” più attivi, oltre che candidato al Senato per la Lega) su alcuni temi “liberali”, come la critica alla patrimoniale sulla casa, che vi sottoponiamo.

La difesa della casa, e in ultima analisi della proprietà privata, rappresenta per noi un punto fermo valoriale prima che politico. La proprietà dell’abitazione è il valore cardine per chi mette al centro di una società la libertà e la persona umana. È infatti nella casa che si svolge la parte più intima della vita di ogni individuo.

Scriveva Cicerone che la proprietà in specie immobiliare rende un cittadino più attaccato alla comunità in cui vive perché esprime la concretezza dei suoi interessi. I proprietari di beni immobili hanno a cuore il destino della res publica più di qualunque altra categoria di soggetti. La proprietà immobiliare rafforza dunque uno Stato, la sua diffusione rende più coesa una comunità. La proprietà della casa era del resto vista dai Costituenti come un’estrinsecazione della persona umana che è al centro dell’intero ordinamento giuridico, e la cui tutela e valorizzazione è obiettivo primario della Carta Costituzionale.

Non a caso la Costituzione italiana all’articolo 47 prevede che la Repubblica «favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione». Oggi la proprietà immobiliare è messa sotto attacco dal mondo finanziario che, come scrive Claudio Zucchelli su www.lettera150.it, mira a «finanziarizzare l’immobile, creando intorno ad esso tutta la filiera dei mezzi finanziari (titoli e derivati) suscettibili di procurare utili alle grandi imprese». Vi è qui l’idea che la proprietà, in questo caso nella versione esclusivamente immobiliare, sia utile solo a chi la possiede, e immobilizzerebbe capitale che dovrebbe essere invece investito in borsa a sostegno della grande impresa, spesso multinazionale.

I baluardi di questa concezione stanno non a caso nel Fondo monetario internazionale e trovano una eco pure all’interno della Commissione Europea, che ha raccomandato il ripristino della patrimoniale sulla prima casa (in verità, in cambio di un significativo abbassamento della pressione fiscale sul lavoro).

La tassazione sulla casa in Italia è già particolarmente elevata: il 6,1% contro una media Ocse del 5,5. È quasi il triplo di altri Paesi europei come Svezia (2,2%) e Germania (2,7%). L’imposizione complessiva in Italia è, fra l’altro, del 42,3% contro una media Ocse del 35,5%. Dunque, qualsiasi tipo di patrimoniale più o meno mascherata frenerebbe un rilancio dell’economia. L’Ocse, in un recente e autorevole studio realizzato nel 2018, ha sostenuto che ci sono argomenti per introdurre un’imposta sul patrimonio “solo in quei Paesi con un medio-basso livello di imposte sul reddito e un livello medio-basso di imposte sui trasferimenti di ricchezza. Non è economicamente sostenibile che si aumenti in modo indiscriminato una delle due quando l’altra è alta”.

Aumentare l’imposizione sulle case deprime i consumi perché toglie reddito disponibile ai privati, deprezza il valore degli immobili e impoverisce gli italiani, svaluta il valore delle garanzie bancarie, favorisce la fuga dei risparmi verso i paradisi fiscali. Negli ultimi 10 anni l’incidenza dei costi relativi all’abitazione sulla spesa complessiva delle famiglie è cresciuta in misura sempre più accentuata, fino a superare la soglia del 30%. Gli investimenti sugli immobili sono sempre più rischiosi: aumentato rischio di morosità, blocco degli sfratti, oscillazione di mercato dei beni immobili, poca competitività rispetto agli investimenti mobiliari. In questo contesto, un eventuale aumento dell’imposizione sulla casa determinerebbe un disinvestimento dal mattone (mattone che oggi genera per famiglia una spesa media di 20.000 euro di ristrutturazioni e di 5.000 euro di investimenti specifici).

Prendendo in considerazione una specifica imposta sulla casa, l’Imu non colpisce il reddito prodotto, ma il patrimonio posseduto. Si ha così il paradosso di un immobile sfitto che non produce reddito per il suo proprietario ma che, essendo di pregio, fa pagare cifre elevate senza che il proprietario abbia necessariamente un’adeguata capacità contributiva (magari perché ha ereditato quel bene). Ciò viola l’articolo 53 della Costituzione, che commisura la tassazione proprio alla capacità contributiva.

Riassumendo, l’aumento della pressione fiscale sulla casa non solo deprezzerebbe gli immobili, impoverendo gli italiani, ma spingerebbe anche alla loro alienazione, determinando così una ulteriore svalutazione del patrimonio nazionale, ovvero della massa di risparmio investita negli immobili. Il nostro Paese, fra le sue specificità anche culturali, ha una patrimonializzazione immobiliare a proprietà diffusa (familiare) che va considerata come un asset da proteggere, e non da indebolire o scoraggiare.