Il copione purtroppo è sempre lo stesso. E c’è qualcosa di profondamente ipocrita in quello che sta accadendo, il problema è che ormai non fa nemmeno più notizia. È tutto già visto, già scritto, già digerito. Cambiano le città – Roma, Torino, Milano – ma la sceneggiatura è sempre quella: i soliti noti che scendono in piazza, la solita retorica, e poi, puntuale, la violenza contro le forze dell’ordine.
A Roma si parte con il solito copione ideologico, al corteo in solidarietà con Cospito. Il 41bis diventa “tortura”, lo Stato diventa “stragista”, e chi ha commesso reati gravi viene trasformato in simbolo. L’evento nasce così, in un clima già carico di ostilità. E infatti basta poco: una bottiglia che vola, un agente colpito alla testa. Fine della storia? No. Inizio della giustificazione. Perché in certi ambienti non si condanna mai davvero, si spiega. Si relativizza. Si cerca sempre un motivo per cui, in fondo, quella violenza sarebbe comprensibile.
Poi vai a Torino e trovi la stessa identica dinamica. Corteo pro Palestina, slogan contro mezzo mondo, bandiere bruciate, scritte sull’asfalto. Askatasuna, il solito. Finché qualcuno decide che non basta e bisogna alzare il livello. Lanci di oggetti contro polizia e carabinieri, contatto fisico, lacrimogeni, idranti. E anche qui, guarda caso, non è mai colpa di chi attacca. No, la responsabilità si diluisce sempre: il contesto, la tensione, la situazione internazionale. Tutto, pur di non dire la cosa più semplice: chi tira oggetti contro un poliziotto sta dalla parte sbagliata, punto.
E poi Milano, dove si raggiunge un altro livello. Non solo scontri, ma anche intimidazioni ai giornalisti. Gente che viene spinta, telecamere afferrate, telefoni strappati, laser puntati per impedire di documentare. Questa è una cosa gravissima, perché qui non si colpiscono solo le divise, ma anche l’informazione. Eppure anche in questo caso si respira un’aria di indulgenza incredibile. Come se fosse tutto parte del folklore antagonista.
Il dato che colpisce non è nemmeno la violenza in sé. Quella, purtroppo, è diventata routine. Il vero scandalo è il silenzio – o peggio, la timidezza – con cui si continua a reagire. Soprattutto tra i politici. Perché se a fare casino sono i “soliti noti”, allora improvvisamente le parole si fanno più morbide. Nessuna condanna netta, nessuna presa di distanza senza se e senza ma. Sempre quel fastidioso riflesso condizionato per cui, prima di dire che è sbagliato, bisogna spiegare perché è successo. Ma qui non c’è nulla da spiegare.
C’è solo da dire basta. Basta con questa tolleranza culturale verso chi usa la piazza come terreno di scontro. Basta con l’idea che esistano violenze di serie A e di serie B. Basta con il giochino per cui, se colpisci un poliziotto, allora in qualche modo è colpa del sistema. E soprattutto basta con l’ambiguità. Perché a questo punto la domanda è semplice: da che parte si sta? Dalla parte dello Stato, delle forze dell’ordine, dei giornalisti aggrediti, oppure dalla parte di chi lancia bottiglie, bombe carta e intimidazioni? Non esiste una terza via. E continuare a far finta che esista è esattamente il motivo per cui, ogni volta, questo copione si ripete identico. Sempre gli stessi protagonisti, sempre la stessa violenza, sempre lo stesso imbarazzante silenzio.
Franco Lodige, 19 aprile 2026
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