Esiste un limite oltre il quale il faziosismo militante smette di essere semplicemente fazioso e diventa indegno. Quella soglia, Marco Travaglio l’ha superata a piè pari nella rubrica del Fatto Quotidiano “Ma mi faccia il piacere”, tirando cinicamente in ballo la figura di Giovanni Falcone pur di coprire le spalle ai propri sodali e difendere il proprio cortile mediatico. Il punto è di una gravità inaudita. Commentando un articolo del Foglio in cui Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala ricordavano che Giovanni Falcone non avrebbe mai cenato con Lavitola, il direttore del Fatto ha pensato bene di liquidare il tutto con una battuta velenosa e sprezzante: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”.
Una frase indegna, un concentrato di malafede e cattivo giornalismo che antepone la caricatura alla verità dei fatti. La verità – quella che i professionisti del sospetto preferiscono ignorare per non rovinare la propria narrazione – è che Giovanni Falcone non lavorava per un governo, non rispondeva a una fazione politica e non faceva il cortigiano di nessuno: lavorava, unicamente e fieramente, per lo Stato italiano.
Quando, nel 1991, accettò l’incarico di direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lo fece per inseguire poltrone o scranni, ma dopo che Palermo era diventata un inferno di isolamento, delegittimazione e invidia velenosa, proprio nel momento in cui Falcone era finito al centro di un clima di ostilità e sospetto. Quel periodo, lungi dall’essere una macchia o una compromissione politica, rappresentò uno dei momenti più straordinari e istituzionalmente fecondi della storia della lotta alla mafia.
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Fu in quel contesto che Falcone contribuì in modo decisivo alla costruzione e al rafforzamento di una moderna architettura antimafia: dalla Direzione nazionale antimafia alle Direzioni distrettuali antimafia, dalla DIA al potenziamento degli strumenti investigativi e della disciplina sui collaboratori di giustizia. Il lavoro svolto in quei quindici mesi rappresentò un passaggio fondamentale nella modernizzazione della risposta dello Stato alla criminalità organizzata.
Ridurre un monumento della lotta alla mafia come Giovanni Falcone a una battuta da vignetta per difendere il metodo di qualche conduttore televisivo amico è un insulto intollerabile alla memoria di chi è saltato in aria a Capaci in nome della Patria e della legalità. E siccome la storia e il coraggio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e delle loro scorte sono troppo grandi per essere calpestati dall’arroganza della polemica quotidiana, ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che, prima delle appartenenze, delle polemiche e delle convenienze, dovrebbe venire una parola sola: rispetto.
Salvatore di Bartolo, 19 agosto 2026
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