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La richiesta di scuse, l’ultima frontiera del politicamente corretto

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L’ultima frontiera del politicamente corretto è la richiesta ossessiva di scuse: “XX si scusi per questo!”, “YY chieda scusa per quest’altro!”, in un crescendo parossistico che va esaminato nel suo significato più profondo.

Ad alcuni non basta più la censura, la voglia di imbavagliare, il fastidio perfino fisico nei confronti di un’opinione a loro sgradita. Non basta nemmeno la richiesta carsica – nel senso che si presenta, poi si inabissa, e poi di tanto in tanto riemerge – di controllo dei social network e di ogni altro luogo di libera espressione. Non basta nemmeno la gogna dello shitstorm, cioè la tempesta di insulti (per non dire altro, come suggerisce la traduzione letterale dall’inglese) che sommerge ogni giorno qualche malcapitato.

No, istericamente e insieme metodicamente, come in una cerimonia rituale, come in un vero e proprio rito di degradazione, occorre che il dissidente ritratti, che l’eretico chieda perdono. Ovviamente è solo una caricatura dell’Inquisizione o dei processi stalinisti: qui siamo davanti a piccoli sinedri improvvisati, ma il meccanismo non è troppo diverso. E purtroppo molto spesso il malcapitato si presta, nel comprensibilissimo tentativo di chiudere la polemica mediatica: ammette di avere “sbagliato”, che non voleva dire proprio così, che è stato frainteso.

Occorrerà riflettere a lungo su questi metodi. Quando si è smarrita la sfida intellettuale di accettare senza complessi un’opinione diversa dalla propria? Perché la si vuole negare, mostrificare, privare di dignità intellettuale, fino all’imposizione di surreali ritrattazioni? Perché non contrastarla a viso aperto, in una partita dura ma onesta?

Un indizio forse c’è, che può aiutarci a spiegare tutto. Non si hanno argomenti, non si ha la forza intellettuale e dialettica di far prevalere la propria opinione, di convincere, di persuadere. E allora si cerca la scorciatoia più illiberale e – in fondo – violenta. Brutta deriva.

Daniele Capezzone, 2 marzo 2020