Esteri

La Salis francese fanatica Pro Pal. Ma arrestarla per un tweet anche no

L'eurodeputata Rima Hassan fermata a Parigi per "apologia di terrorismo". Il suo post è criticabile, ma non si finisce dietro le sbarre per un'idea (per quanto aberrante)

rima hassan Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Checché ne sostengano un paio di millenni di propaganda giusnaturalistica o divinatoria, le leggi non crescono sugli alberi e non le cala lo Spirito Santo dalle nuvole, le leggi sono il parto di quegli esseri vili, imbecilli, corrotti e miserabili che sono gli uomini – i potenti in particolare, e poi altri uomini, ugualmente potenti o servili, s’incaricano di interpretarle, cioè plasmarle, quindi applicarle alla bisogna. La bisogna del potere. Succede così che certi sistemi deliranti s’impongano in virtù del fanatismo, scatenando effetti devastanti sul corpo sociale in termini di convivenza, fino a che non ci si rende conto che quei sistemi non sono proponibili: allora si corre a chiudere precipitevolissimevolmente la stalla, a buoi ampiamente scappati e pascolanti per i terrorismi dell’universo mondo. Così sta andando con la faccenda dell’eurodeputata Rima Hassan, ovviamente musulmana, una sorta di Ilaria Salis di Francia appena arrestata per apologia di terrorismo: che ha fatto? Ha mandato, o rimandato, un contenuto (chiamarli ancora “tweet” è improprio, forse si dovrebbero definire “xeeet”), che celebrava un dimenticato Kozo Okamoto, unico sopravvissuto, finito all’ergastolo, fra i responsabili della strage all’aeroporto di Tel Aviv del 1972.

Avete letto bene, millenovecentosettantadue. Cinquantasei anni fa: precisarlo non è specioso, perché una prospettiva anche temporale, anche storica dovrà pure avere il suo peso e, per quanto aberrante resti una strage a sfondo razziale, di terroristi giapponesi legati all’Armata Rossa contro ebrei, un conto è esaltare il 7 ottobre di ieri e un conto è celebrare, in modo vile e idiota e infantile, un crimine di quasi sessant’anni fa.

La pasionaria Hassan è finita in galera ad onta delle sue prerogative europarlamentari (noi siamo di un’altra pasta, le omologhe le invitiamo in televisione come madonne pellegrine dell’antagonismo); più esattamente in stato di fermo, ma la sostanza non cambia. Rima Hassan è moralmente una farabutta, una esaltata, una indegna di fare la parlamentare europea (ma meno degno ancora è chi certa spazzatura la propone, la candida, la vota, la elegge), ma non merita la galera: finirci per “reato d’odio”, “crimine d’odio”, è una di quella aberrazioni del sistema che, infine, si ritorce come un verme infilzato e, per rimediare, finisce a scatenare conseguenze uguali e contrarie ma non meno inaccettabili. Qui non è questione di garantismo e tanto meno di garantismo per chi può comprarselo o pesarlo; qui, ci scuseranno quelli che risolvono tutto con il machete, siamo ad una esasperazione che, portata alle estreme conseguenze, toglie ogni barlume di democrazia, in essa incluso il diritto a delirare beninteso senza trascendere ad atti concreti, a conseguenze reali. Se ci si mette a incarcerare tutti quelli che palesano un’opinione idiota o miserabile, chi rimane libero a questo mondo? Tanto più nell’epoca, dannatissima, maledetta, dei social che amplificano urbi et orbi qualunque puttanata di qualsiasi nullità.

Sto scrivendo queste righe mentre un amico cantautore, molto conosciuto, mi interpella: Max, ma se io in un concerto mi metto a dire “chi non salta musulmano è”, passo dei guai? Non c’è nessunissimo dubbio, gli rispondo, passi per criminale d’odio e ti va ancora bene se non vengono a prenderti sul palco per portarti via. Non è giusto, ribatte lui, dove sta scritto che non posso dire che i musulmani non li gradisco? Sta scritto nel sistema, nella sensibilità woke per cui certe categorie sono, a torto, considerate da tutelare – i gay, i trans, gli islamici, i neri, i terroristi di sinistra – mentre su altre si può tranquillamente sputare, augurar loro la morte e, eventualmente, provare a metterla in pratica. C’è una idea, che diventa ideologia, che diventa consuetudine, che diventa sistema (e lo diventa sempre in funzione di precisi interessi economici, dunque politici). Oggi, caro amico, va così. Ed è per questo che è aberrante. È tutto aberrante. Semplicemente, il sistema delle leggi degli uomini si è accorto, dopo aver tollerato qualsiasi eccesso da parte islamista e, in senso lato, di sinistra, che la situazione era sfuggita di mano e adesso vuol mandare un segnale: a buoi evasi, e addosso a una che, piaccia non piaccia, gode di specifiche prerogative, garanzie in quanto parlamentare, in quanto potente, appartenente a una élite.

Non è questione delle proteste di Mélenchon, uno con una coda di paglia che da Parigi arriva fino a Cuba. E non è così che si tutelano gli ebrei dai pogrom moderni. Anzi. È un principio di giustizia, di buon senso, di equità: spalancare le porte alla apologia di terrorismo, in modo vago, interpretabile a seconda delle circostanze, delle conseguenze, spalanca l’alluvione degli abusi che sfocia nell’oceano totalitario: non è questa la strada, la strada è l’opposto, è poter dire, senza timore di conseguenze, che la signorina Rima Hassan è una che nutre convinzioni farabuttesche, e poterlo dire davanti al mondo: chiusa lì.

Perché poi si apre una ulteriore problematica, speculare a questo delirio punitivo dei pensieri per quanto immondi: quella del malvezzo querelatorio che ormai ha preso piede come uno status, più querelo e più sono potente, in vista e ve lo faccio sapere. Ci sono dei bellimbusti che usano interi studi legali per emettere migliaia, dico migliaia di querele, di cui si vantano, con l’intento, espressamente dichiarato, di farsi le vacanze o la macchina nuova: sono quelli che scendono in piazza contro le querele temerarie. Quelle dei loro amichetti però. E questo pessimo andazzo di considerare la magistratura un taxi o un rider stride non poco con la solidarietà di cosca di quelli che votano No per lasciare tutto come sta. Davvero la sensibilità democratica di certa gente si riduce ad intasare i tribunali a proprio uso e consumo? A considerare i magistrati una sorta di compari da ricambiare con la fotina, l’articolo agiografico? Brutto, pessimo andazzo.

Ci sono di quelli, anche avvocati, che sui social si esaltano, uno, avendo ricevuto un insulto da un emerito nessuno senza volto né nome, gli ha subito risposto: occhio che ho la querela facile, ti rovino, mi ripaghi la casa; e quello si è umiliato a chiedere scusa. Sai che vittoria di Pirla, più che di Pirro: sarebbe bastato trattare il provocatore mascherato come meritava, “sei un coglione” e bloccarlo. Questa è civiltà, e anche virilità: invece cercare di spillar soldi abusando del proprio potere o mestiere è barbarie. Perché un conto è se ti danno del pedofilo di Epstein, al limite, un altro se vengono a infastidirti in quel modo immaturo, irrilevante che hanno i frequentatori dei social e delle sale bingo. La querelomania nasconde intenti censori, è un’abitudine cialtronesca invalsa particolarmente nei giornalisti, tra giornalisti, contro giornalisti: i quali non si accorgono, o se se ne accorgono non crea loro il minimo problema, di piantare un chiodo grosso così nella bara della libertà di informazione cui sostengono di tenere tanto.

La soluzione più civile, ma potremmo dire l’unica civile ai fini di una convivenza possibile, sarebbe quella di depenalizzare i cosiddetti reati d’odio, che poi sono di opinione. Ciascuno si senta, si renda responsabile delle vergogne che esprime e si faccia in modo che il mondo lo sappia. Ma niente altro, in nessun senso. Negli Stati Uniti, dove peraltro la censura è isterica e la polizia del pensiero ha preso strade non meno violente e deliranti, la querela penale per questo tipo di situazioni legate alla presunta diffamazione non vige, si va sul civile, particolarmente per le manifestazioni espresse sui social che possono sì provocare la chiusura del profilo ma come tali in senso punitivo risultano coperte dalla libertà di espressione sancita nel primo emendamento; in Europa si è discesa una china rovinosa, di tutela a senso unico e per di più del peggio, a lungo, e adesso si cerca di rimediare ai fanatismi filoterroristici con gli stessi metodi assurdi e inaccettabili. Vedi un po’ se ci tocca difendere un arnese come questa Hassan. Ma non tanto difendiamo lei, sosteniamo un presidio di civiltà, di salute civile e anzitutto mentale. Non si può portare in galera una stupida che celebra un terrorista giapponese di 56 anni fa, non ha nessun senso se non quello di una ipocrisia lunga da qui a lì, ma una ipocrisia non innocua, non innocente. E men che meno decente.

Max Del Papa. 3 aprile 2026

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