Politiche green

La “scienza” green diventata atto di fede: venti anni dopo l’infausto film di Al Gore

Dal documentario alla politicizzazione del clima: impatto, limiti e conseguenze del "Nuovo Apocalitticismo"

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Il film “Una scomoda verità” compie vent’anni. Nei prossimi mesi non mancheranno retrospettive che discuteranno l’accuratezza delle singole affermazioni scientifiche contenute nel cortometraggio. Tuttavia, l’aspetto più rilevante della sua eredità non riguarda tanto la correttezza delle singole affermazioni, quanto il cambiamento che il film ha innescato nella comunità scientifica: una svolta decisa verso l’impegno politico esplicito all’interno delle istituzioni scientifiche.

Al Gore non si è limitato a realizzare un film sul cambiamento climatico. Ha invitato apertamente la comunità scientifica a unirsi a lui nell’attivismo politico. Questo appello ha contribuito in modo determinante a una crescente politicizzazione della scienza del clima, che rappresenta l’eredità più duratura di “Una scomoda verità”.

Tre anni dopo l’uscita del film, Gore intervenne al congresso annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS), nel 2009 a Chicago. Il suo discorso somigliava più a un sermone che a una conferenza scientifica. In quella sede parlò a una delle istituzioni scientifiche più autorevoli degli Stati Uniti, invitando esplicitamente gli scienziati a impegnarsi nella politica.

Il messaggio fu chiaro: “Continuate a svolgere il vostro lavoro, ma iniziate a impegnarvi nella politica. Abbiamo bisogno di voi”. Il pubblico reagì con una lunga standing ovation. L’AAAS celebrò l’evento in toni entusiastici, sottolineando il ruolo di Gore nel promuovere l’accettazione pubblica della scienza del clima.

Questo episodio va interpretato nel contesto di ciò che il sociologo Michael Barkun definì negli anni Ottanta come “Nuovo Apocalitticismo”: una forma secolare di millenarismo, fondata non sulla religione ma sulla scienza, che condivide caratteristiche strutturali simili, come la diagnosi di una crisi esistenziale, l’individuazione di una colpa umana e l’offerta di una redenzione attraverso un cambiamento radicale.

Secondo Barkun, le previsioni scientifiche di catastrofi future suscitano un senso di timore e urgenza paragonabile a quello dell’escatologia religiosa. Gore adottò perfettamente questo schema, presentando il cambiamento climatico come una crisi morale imminente, con una netta distinzione tra giusti e colpevoli e una via di salvezza basata sulla volontà politica e sulla transizione energetica.

Un anno dopo l’uscita del cortometraggio, l’Alta Corte inglese stabilì che il film presenta esagerazioni e affermazioni “allarmistiche” e contiene nove errori scientifici specifici, vietandone l’uso educativo senza correzioni.

Col senno di poi, l’errore non stava tanto nelle singole imprecisioni scientifiche, quanto nell’uso simbolico della scienza come strumento di mobilitazione politica. La scienza del clima ha progressivamente assunto il ruolo di interpretazione morale degli eventi estremi, contribuendo a una narrazione di emergenza permanente.

Va riconosciuto che Gore fu corretto su diversi aspetti fondamentali: il riscaldamento globale, la riduzione dei ghiacci artici e il ritiro dei ghiacciai montani sono fenomeni ben documentati. Tuttavia, altre affermazioni risultarono esagerate o errate, come il collegamento diretto con gli uragani, l’imminenza di un innalzamento catastrofico del livello del mare o l’attribuzione di eventi complessi come il prosciugamento del Lago Ciad esclusivamente al clima.

A vent’anni di distanza, molte tesi catastrofiste non hanno retto alla prova dei fatti. Gli scenari climatici più estremi risultano oggi poco plausibili. Molti tipi di eventi estremi non mostrano tendenze peggiorative significative secondo l’IPCC e i disastri naturali di origine meteo-climatica non sono in aumento.

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Allo stesso tempo, la vulnerabilità sociale ai disastri naturali è diminuita drasticamente grazie allo sviluppo economico e tecnologico, tanto che la tanto declamata crisi climatica mediatica non trova alcun supporto scientifico. Ridurre il problema climatico a una questione esclusivamente politica ha quindi portato a una diagnosi errata della sfida.

L’eredità di “Una scomoda verità” offre una lezione importante: l’esortazione politica basata sulla scienza non è sufficiente a guidare la trasformazione tecnologica necessaria. Quando la scienza viene utilizzata come strumento di predicazione politica, ne risentono l’integrità delle istituzioni scientifiche e la fiducia pubblica. Il prezzo di questa scelta – in termini di credibilità e capacità di autocorrezione della comunità scientifica – è ancora oggi evidente.

Gianluca Alimonti, 10 aprile 2026

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