
Partiamo da lei, ormai volto a noi noto. Rima Hassan non è una figura qualsiasi catapultata per caso nel dibattito pubblico europeo. È uno dei volti più visibili della nuova sinistra radicale francese, quella che si muove nell’orbita di Jean-Luc Mélenchon, dove l’attivismo identitario si mescola a una rilettura sistematica – e spesso selettiva – della storia. Una politica giovane, mediatica, perfettamente a suo agio nei linguaggi contemporanei, ma anche portatrice di un impianto ideologico molto preciso, tanto da meritare il soprannome di Lady Pro Pal.
Netta, perentoria, categorica, come testimoniato dalle accuse di apologia del terrorismo. E infatti, quando si siede nello studio della trasmissione “Salade, tomate, oignon” del giornalista Kamil Abderrahman, non improvvisa. Va a ruota libera, sì, ma dentro un perimetro culturale ben definito. Ed è lì che pronuncia quelle frasi che fanno sobbalzare: ciò che non si perdona a Adolf Hitler – dice – non sarebbe il crimine in sé, perché gli europei quei crimini li commettevano già in Africa, con altre modalità. “Quello che non si perdona a Hitler in fin dei conti non è il crimine in sé perché il crimine in sé gli europei lo commettevano già con specificità diverse”, testuale. È una frase che, letta bene, contiene tutto. Non è solo una provocazione. È una tesi. Il male non è più assoluto, diventa relativo. Dipende da chi lo compie, da dove lo compie, da come lo si racconta. E così l’Olocausto, invece di restare ciò che è – un evento unico per portata, organizzazione e ideologia – viene trascinato dentro una logica comparativa che finisce inevitabilmente per banalizzarlo.
Il passaggio successivo è quasi automatico: il colonialismo europeo, le responsabilità francesi. Tutto confluisce in un’unica narrazione, quella per cui l’Occidente non avrebbe alcuna legittimità morale, perché colpevole degli stessi crimini che oggi condanna. Una sorta di “tutti colpevoli, quindi nessun colpevole”. Ma è proprio qui che il racconto si inceppa. Perché questa visione selettiva della storia funziona solo a patto di dimenticare alcuni capitoli fondamentali. E il più evidente è quello dei tredici secoli di schiavismo arabo in Africa: una tratta sistematica, protratta per oltre un millennio, che ha coinvolto milioni di persone e intere regioni del continente. Un fenomeno che raramente entra nel dibattito pubblico, che non diventa mai il centro della narrazione, che non viene quasi mai utilizzato come chiave di lettura morale.
“Quello che non si perdona a Hitler non è il crimine in sé…”.
L’eurodeputata Rima Hassan a ruota libera nella trasmissione “Salade, tomate, oignon” del giornalista Kamil Abderrahman. L’eurodeputata melanchoniana banalizza l’olocausto paragonandolo a quanto fatto da francesi e… pic.twitter.com/PYMOy9kpeO— Leonardo Panetta (@LeonardoPanetta) April 8, 2026
E allora la domanda sorge spontanea: perché? Perché alcune tragedie vengono continuamente evocate, analizzate, amplificate – giustamente, per carità – mentre altre restano ai margini, come se fossero meno rilevanti? Non è forse anche questa una forma di manipolazione della memoria? Il punto non è negare i crimini del colonialismo europeo, che esistono e sono documentati. Il punto è un altro: non si può costruire una lettura della storia a senso unico, dove le responsabilità vengono distribuite in modo funzionale a una tesi politica. Perché così facendo si perde il criterio fondamentale: la distinzione.
Distinzione tra fenomeni diversi, tra contesti diversi, tra intenzioni diverse. L’Olocausto non è intercambiabile con altri eventi storici. Non perché gli altri crimini siano meno gravi in assoluto, ma perché la sua natura – industriale, ideologica, sistematica – lo rende qualcosa di specifico, non replicabile in una semplice equivalenza retorica. E invece oggi assistiamo sempre più spesso a questo slittamento. Si parte dalla denuncia – legittima – di ingiustizie storiche, e si arriva a una sorta di livellamento generale, dove tutto si confonde. Dove Hitler diventa un punto in una linea continua di violenze, dove l’Europa perde ogni specificità, dove la memoria si trasforma in uno strumento polemico.
È esattamente quel meccanismo per cui chi denuncia ossessivamente l’islamofobia finisce, quasi senza accorgersene, per scivolare in una forma di antisemitismo mascherato. Non necessariamente esplicito, non necessariamente dichiarato, ma presente nella misura in cui si ridimensiona, si relativizza, si banalizza ciò che è stato. E allora il problema non è solo quello che dice Rima Hassan. Il problema è il clima culturale che rende possibili – e in certi ambienti persino applaudite – affermazioni di questo tipo. Un clima in cui la storia non è più un terreno di ricerca, ma un campo di battaglia. E in guerra, si sa, la verità è sempre la prima vittima.
Franco Lodige, 8 aprile 2026
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