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La sinistra unita dal gay pride scorda le altre censure

Domani le delegazioni dei partiti a Budapest per la parata: da Zan a Cappato fino a Schlein e Calenda. Peccato ignorino il resto

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Sul tema del cosiddetto Pride – termine che considero pessimo in ogni contesto – di Budapest, la sinistra italiana in tutte le sue bizzarre articolazioni si presente compatta, pronta a marciare nella capitale magiara contro il divieto imposto da Viktor Orban. Divieto che personalmente non condivido, sebbene io consideri una sorta di pagliacciate queste marce dell’orgoglio LGBTQIA+, e che per l’appunto rappresenta un assist per la sinistra italiana ed europea in perenne deficit di idee e programmi.

In questo senso mi è parso francamente ridicolo l’appello di Marco Cappato, il quale, non ritenendo sufficiente l’azione dei governi, ha chiamato alla mobilitazione “i cittadini in tutta Europa”. E così, mentre una volta ci si sollevava per il pane, oggi i fautori del cosiddetto villaggio globale, arricchito dalla nascita di nuove categorie di genere che spuntano come funghi, cercano di rinverdire l’antico spirito rivoluzionario attraverso la difesa ad oltranza del Pride, dimenticandosi che in altri ambiti dell’Occidente la stessa libertà d’espressione non viene poi così tutelata.

In questo senso ha ragione da vendere Francesco Borgonovo nel seguente post pubblicato su X: “Perquisiti all’alba in Germania 170 cittadini che hanno criticato o insultato i politici sui social. L’operazione, dipinta come lotta ai discorsi d’odio, lascia indifferente L’Europa. Preoccupata solo dei gay pride in Ungheria.” D’altro canto, che sotto questo profilo tira una brutta aria in Occidente non lo scopriamo solo adesso.

Da tempo, infatti, nel Regno Unito sembra che si stiano svuotando le carceri sovraffollate di delinquenti comuni, mentre al loro posto sta subentrando un crescente numero di individui che avrebbero commesso un reato d’opinione. Ed anche quando ci si spinge troppo oltre, come nel caso di Lucy Connolly, una donna britannica che su X, a seguito di un atroce crimine, chiedeva che le strutture alberghiere che ospitano gli immigrati venissero incendiate, la pena inflitta appare francamente sproporzionata. Tant’è che la donna si è beccata oltre due anni e mezzo di carcere, sebbene dopo appena due ore aveva avuto il buon senso di cancellare il suo post. 31 mesi di galera per due ore mi sembra veramente una enormità.

La Ripartenza

Addirittura in Canada da alcuni anni si incorre in una violazione dei diritti umani se sul posto di lavoro si usano pronomi o nomignoli errati in base alla condizione di genere del momento, anche se ciò avvenga per errore; il cosiddetto misgendering. Come disse a suo tempo l’avvocato di un dipendente, definito soggetto non binario e gender fluid,  che intentò con successo una causa ai suoi datori di lavoro: “i pronomi corretti per le persone transgender non sono facoltativi”.

E già, non saranno facoltativi in Canada e in altri Paesi dell’Occidente, tuttavia vorrei ricordare a questi paladini delle battaglie civili in stile arcobaleno che in diversi e lontani contesti sociali – pensiamo ad esempio ad alcune realtà  del Medio Oriente –  a loro altrettanto cari per ben diverse ragioni, non sono solo i corretti pronomi a fare una brutta fine, ma anche i soggetti a cui questi ultimi sono destinati. Ma questa purtroppo è tutta un’altra storia.

Claudio Romiti, 27 giugno 2025

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