Politica

La sparata della giudice sui clandestini: “Basta Cpr, diamo loro un lavoro”

Margherita Cassano
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La prima presidente della Cassazione Margherita Cassano, molto gradita a Mattarella e al Manifesto che la porta in processione, ha le sue idee al confine con l’utopia ma finché le esprime da privata cittadina nulla osta; il guaio è che non si capisce mai, per lei come per i suoi colleghi, quando parla da privata cittadina e quando con autorità istituzionale. Va al convegno ‘Carcere, inclusione sociale’ di Firenze, tutto un programma già dal titolo, e fa un discorso più ideologico che idealista, di un aroma militante che abbiamo sentito, che sentiamo ripetere da trent’anni: “Se le persone migranti nei Cpr ”le teniamo semplicemente contenute, lontane da casa, senza un lavoro, senza nessuna prospettiva per il loro futuro, noi non facciamo altro che creare le condizioni affinché diventino domani manovalanza del crimine”.

Quanto a dire la totale indifferenza dalla società reale, dai suoi sacrosanti timori, dalle risultanze anche tragiche che un simile approccio lunare provoca quotidianamente da trenta anni. Non si fa altro che tentare di inserire o reinserire gente che non ha nessuna capacità e nessuna voglia di adeguarsi al tessuto sociale che la accoglie, e non ne ha voglia perché, semplicemente, ha capito che non le conviene. I risultati più che sotto gli occhi sono sulla pelle di tutti a cominciare da operatori e operatrici sociali ogni tanto scannate o violentate, tra gli altri, ma la “prima presidente donna della Cassazione” non se ne accorge o non se ne cura, resta fissa, ostinata sulla politica di sinistra onirica “tutti diritti e nessun obbligo, tutte le scriminanti e nessun rigore”. Non le passa per la testa che se il pizzaiolo egiziano, antonomasia cara a quel bel tipo del sindaco di Milano, esiste come uno che bene o male sa inserirsi, ebbene dipende dalla buona volontà del singolo, dipende dalle opzioni bene o male già presenti nel tessuto economico e sociale e che un migrante può cogliere se vuole. Non dalla ipertrofia di astruse e astratte alchimie burocratiche.

Questa Cassano si lamenta molto delle critiche che le arrivano dal governo, ma si direbbe ce la metta tutta per sfidare, per provocare il governo e segnatamente la Meloni che lo dirige: le bocciature cavillistiche dell’accordo con l’Albania dala Cassazione sono quotidiane e si direbbe aprioristiche, la Corte suprema, non prendiamoci in giro, induce fortissimi sospetti di un contropotere che agisce da soggetto politico, è arrivata alla surreale pretesa di far risarcire i clandestini della nave Diciotti, non si è capito da cosa.

Cassano vagheggia un portale del lavoro per i migranti: ”L’avevamo già pensato ai tempi dell’assessore Bugli, cioè prevedere che le persone immigrate che sono in questi Cpr che diventano in realtà dei meri luoghi di contenimento, invece siano intervistate sulle loro abilità professionali, sul lavoro che facevano nei loro Paesi di provenienza prima di approdare in Italia, per prevedere e programmare poi interventi lavorativi mirati nei diversi territori sulla base delle loro competenze. Questo in collaborazione con la prefettura, perché ovviamente è un lavoro che deve avvenire in sinergia fra prefettura e Regione Toscana. Se si fa questo, forse noi diamo un apporto davvero significativo a preparare il reinserimento di queste persone”.

Discorso squisitamente politico, imbevuto dell’approccio burocratico salvifico tipico della sinistra paternalistica. Ma credere che dopo 30 anni di mancato adeguamento, meglio chiamarlo così, basti l’ennesimo carrozzone pubblico nella fattispecie in mano alla sinistra toscana a risolvere, ad agevolare l’integrazione che non c’è e non può esserci, ha dello sbalorditivo, fa cascare le braccia e non solo le braccia.

Le ricette della prima presidente di Cassazione sono molto gradite, molto pompate dalla stampa propagandistica di sinistra cui piace l’equazione contenimento uguale deportazione, ma non sta scritto da nessuna parte che dei primitivi disposti a tutto meno che a sottostare a leggi che non conoscono, di cui non hanno coscienza, debbano essere compresi, garantiti oltre ogni responsabilità, che solo a loro spettino le opportunità negate agli indigeni chiamati a sopportare le conseguenze dell’esaurimento dello stato sociale, che per loro e solo per loro la legge positiva non debba valere, con esiti catastrofici; e se non lo capisce un ermellino della Cassazione la faccenda è preoccupante e se non lo vuol capire è spaventosa.

Se un giudice supremo teorizza la legge morale e non solo morale diseguale per certi, la franchigia totale in base a suggestioni vetero terzomondiste, se non fa i conti con l’oste Stato, con quello che è diventato, con ciò che ancora può dare, allora se ne deve assumere la responsabilità giuridica come giudiziaria, come morale. Insomma deve chiedersi quali sono i risultati di un simile approccio da parte della magistratura chiamata ad applicare le leggi e ad applicarle con giustizia. Non a fare altro. E neppure a un giudice supremo è lecito fuggire dalla realtà, dai suoi riscontri e tragici riscontri, sia che parli da privato cittadino sia che si esprima col peso di un pubblico potere. O entrambi, in virtù della inscindibilità dell’individuo e dei suoi ambivalenti ruoli.

Max Del Papa, 12 luglio 2025

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