L’idea che il riconoscimento dello Stato palestinese possa funzionare da argine alla violenza antisemita si è infranta domenica pomeriggio sulla sabbia di Bondi Beach. Proprio l’Australia, che a settembre 2025 ha formalmente aderito a quella scelta diplomatica insieme ad altri Paesi occidentali, è stata colpita da uno dei più gravi attacchi d’odio antiebraico mai avvenuti fuori da Israele.
Undici morti, ventinove feriti, almeno cinquanta colpi di fucile esplosi contro famiglie riunite per celebrare Hanukkah, la festa ebraica delle luci. Una carneficina consumata nel cuore di Sydney, sulla spiaggia più famosa del Paese, davanti a circa mille persone accorse per “Chanukah by the Sea”, un evento che prometteva musica, giochi e divertimento per tutte le età. “Portate i vostri amici, portate la famiglia. Riempiamo Bondi di gioia e di luce”, recitavano i volantini. Al posto della luce, sono arrivati gli spari.
L’attacco è scattato nel tardo pomeriggio, poco dopo le 17. Dalla passerella pedonale sopra Campbell Parade, due uomini vestiti di nero hanno aperto il fuoco sul prato di Archer Park, ricaricando più volte i fucili e mirando sulla folla in fuga. Testimoni racconteranno di una raffica interminabile. La prima chiamata ai soccorsi è arrivata alle 18.47. Tra le vittime ci sono il rabbino di Sydney Eli Schlanger, una bambina di dodici anni e un sopravvissuto all’Olocausto. Due agenti di polizia versano in condizioni gravissime.
A fermare l’assalto sono stati la polizia e il coraggio di un passante. Quando uno dei terroristi ha lasciato il ponte per continuare a sparare dal basso, Ahmed al Ahmed, 43 anni, si è lanciato tra le auto parcheggiate e lo ha disarmato a mani nude. Ferito al braccio dal complice, è riuscito comunque a interrompere la strage. “Un vero eroe – ha detto il premier del Nuovo Galles del Sud, Chris Minns – molte persone questa notte sono vive grazie a lui”. L’altro attentatore ha continuato a sparare fino a essere colpito e abbattuto dagli agenti. Uno è morto, l’altro è in condizioni critiche.
La polizia ha poi scoperto che il bilancio avrebbe potuto essere ancora più devastante: su un veicolo vicino al luogo dell’attacco sono stati rinvenuti ordigni esplosivi rudimentali. I due attentatori sono il 50enne Sajid Akram e il figlio 24enne Naveed, i quali avrebbero prestato giuramento all’Isis prima di compiere la strage. Fonti non ufficiali parlano di origini pakistane, ma le autorità non lo confermano. La sua abitazione, nella zona sud-occidentale di Sydney, è stata perquisita; un uomo è stato portato via in manette, insieme a due donne. L’intelligence di Canberra ha ammesso che uno dei responsabili era noto, “ma non considerato una minaccia immediata”. Nella loro auto sarebbero state trovate le bandiere dell’Isis a cui avrebbero prestato giuramento.
Il primo ministro Anthony Albanese ha parlato di “un atto di malvagio antisemitismo che ha colpito al cuore la nazione”, definendo “incomprensibile” il male scatenato a Bondi Beach. Alla comunità ebraica australiana è arrivata la solidarietà dei leader internazionali, della comunità musulmana del Paese e persino dell’Autorità Palestinese. Ma da Israele è arrivata anche un’accusa politica esplicita.
Il premier Benjamin Netanyahu aveva infatti fatto sapere al collega australiano che la scelta di riconoscere lo Stato palestinese non avrebbe affatto contribuito a raffreddare il clima d’odio. Al contrario, secondo il governo israeliano, Canberra avrebbe “gettato benzina sul fuoco dell’antisemitismo”, legittimando una narrazione che incoraggia i violenti a colpire gli ebrei ovunque si trovino. “L’antisemitismo si diffonde quando i leader rimangono in silenzio”, ha affermato Netanyahu, chiamando direttamente in causa le responsabilità politiche.
È un punto che va oltre la cronaca, e che rende la strage di Sydney una domanda aperta per l’Occidente. L’Australia ha scelto il riconoscimento palestinese anche con l’argomento che quel gesto avrebbe favorito la pace e disinnescato le tensioni. I fatti di Bondi Beach raccontano l’opposto: non protezione, ma vulnerabilità; non pacificazione, ma un messaggio interpretato dai fanatici come via libera.
Ed è una domanda che oggi non riguarda solo Canberra. Francia e Regno Unito hanno compiuto la stessa scelta politica sotto la guida di Emmanuel Macron e Keir Starmer, allo scopo – non palesato, ma evidente – di tenere a bada le folte comunità musulmane e Pro Pal locali. Davvero quel riconoscimento servirà a frenare l’odio e la violenza, o rischia invece di aver trasmesso l’idea che colpire gli ebrei, anche lontano dal Medio Oriente, sia diventato più accettabile? Dopo Sydney, non è più una questione teorica. È una questione di sicurezza, di responsabilità politica e di realtà.
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