Se c’è una cosa che colpisce più delle infinite discussioni sulla riforma della giustizia è questa: a smascherare il velo dell’“indipendenza pura” non è un politico di parte, ma chi vive in casa con uno dei simboli della magistratura militante. Già, perché a dirlo chiaramente è il marito. Fabrizio Merluzzi, avvocato penalista di lungo corso, uno che le aule le conosce davvero, non usa giri di parole ai microfoni del Foglio. Mentre sua moglie Silvia Albano guida una delle correnti più politicizzate della magistratura e si schiera per il No, lui dice Sì. E fin qui, uno potrebbe dire: normale dialettica democratica. Ma il punto non è la divergenza domestica. Il punto è la motivazione.
Perché Merluzzi lo dice apertamente: il problema è culturale. E soprattutto denuncia un fatto che in molti pensano ma pochi, dentro quel mondo, hanno il coraggio di ammettere: troppo spesso il pubblico ministero si comporta come un “sacerdote del diritto”. Non uno che porta prove, ma uno che costruisce narrazioni. Non uno che accusa, ma uno che pretende di avere già la verità in tasca. E qui arriviamo al nodo politico, quello vero. Quando Merluzzi parla di correnti che diventano ideologie, non sta facendo un discorso astratto. Sta descrivendo esattamente quello che accade dentro una parte della magistratura: l’idea che la giurisdizione non sia un esercizio tecnico, ma una missione. Una battaglia. Quasi una vocazione morale.
“Credo che la separazione delle carriere sia un cambiamento culturale di cui il paese ha bisogno. Ci deve essere una netta distinzione tra chi accusa, chi difende e chi giudica. E non mi fa paura un pm separato dal giudice, perché il giudice deve avere la cultura del dubbio, mentre il pubblico ministero deve avere la cultura della prova”, la sua analisi: “Troppo spesso accade che il pm smarrisca questa cultura, e invece di valutare quello che è effettivamente il contenuto della prova, cioè il fatto, si lasci andare a illazioni, congetture, ipotesi che non hanno nulla a che vedere con una prova. Con la separazione delle carriere, il giudice si sentirà veramente terzo e non vedrà più nel pubblico ministero colui che, anziché rappresentare l’accusa rispetto alla difesa, rappresenta una battaglia dello stato nei confronti della criminalità”.
Il passaggio più interessante è proprio quello che riguarda sua moglie. Non è un attacco personale, sia chiaro. È molto di più: è una constatazione politica, detta con eleganza ma senza ambiguità: “Le rimprovero di avere una posizione piuttosto ideologica e slegata dal merito”. Tradotto dal linguaggio educato delle buone maniere familiari: il problema non è la riforma. Il problema è l’ideologia. E allora viene da sorridere quando, nel dibattito pubblico, si continua a raccontare la favola della magistratura “neutrale” contrapposta alla politica “di parte”. Perché qui abbiamo un avvocato che, dall’interno, ci dice esattamente il contrario: che esiste una visione ideologica della giustizia, e che questa visione condiziona il modo di interpretare le riforme.
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Merluzzi lo spiega meglio di tanti editorialisti: il giudice deve avere la cultura del dubbio, il pm quella della prova. Sembra una banalità, ma evidentemente non lo è più. E allora la vera domanda è: perché una parte della magistratura teme così tanto questa distinzione? Se davvero tutto è neutrale, tecnico, privo di ideologia, perché opporsi con toni così accesi? Forse perché quella distinzione metterebbe fine a un equilibrio che negli anni ha garantito non solo potere, ma anche un certo tipo di narrazione pubblica. Quella in cui l’indagine diventa verità e il processo, al massimo, una formalità. Il paradosso è che a dirlo non è un “nemico delle toghe”. È uno che con le toghe ci lavora da quarant’anni.
Insomma, più che un dibattito sulla giustizia, sembra una fotografia perfetta dell’Italia: da una parte chi vede una riforma come un passo avanti culturale, dall’altra chi la legge attraverso una lente ideologica. E la differenza, stavolta, non la fa un talk show. La fa una conversazione a tavola. Dove, tra marito e moglie, cade ogni finzione. E resta solo la verità.
Franco Lodige, 19 marzo 2026
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