La tragedia di Amadeus: floppa e rientra in Rai

Il conduttore sembra stufo dei risultati bassi a La9 e starebbe pensando a un ritorno nella tv pubblica

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Amadeus Rai Nove

La tragedia di un uomo ridicolo che torna con la coda tra le gambe veicolato dall’amico perfetto è impeccabile ricettacolo delle italiche virtù: c’è dentro tutto, l’amichettismo che è spirito di cosca, l’arroganza di chi si monta la testa, l’incapacità di tornare umili dopo il fallimento, la mistica della sfida che è insopportabile; col contorno della solita propensione dei giornalisti da grancassa ad infilare topiche. La tragedia è quella di Amadeus in arte Ama, che si lecca le ferite dopo i buchi tracotanti a La9 e ci vuole l’amico e più che amico Fiorello detto Fiore, in arte Ciuri, a farlo riprendere a tele-Meloni essendo l’ex intrattenitore da villaggio vacanze un best seller del servizio cosiddetto pubblico, uno che può farti spazio come ombra e se te la giura tu hai finito, perché in Rai certi padreternetti da intrattenimento turistico contano più dei corridoi, dei dirigenti, degli stessi partiti.

Un po’ imbarazzante: ricordate? Appena un anno fa, le lacrimose, le velate accuse, le discese ardite, le risalite in aura da martire: Ama, gasato, drogatissimo (in senso breriano di esaltato, egonfiato) dopo il rosario, sanremese e fiorellesco, che fa il prezioso, s’aggrappa alle tende, nunzia vobis panicum magnu, resta? Non resta? Rilancia, “non è una questione di soldi” e invece sono proprio quelli, oltre ad una voracità di potere ormai fuori controllo e siccome non sa come coprire il tradimento iscariota la butta, italicamente, sul vittimismo: ah, non mi vogliono, sono scomodo, tolgo il disturbo, mi rimpiangerete. Senza un nesso, senza un presupposto, si disse di pretese pazzesche, amoralmente familistiche, dentro blindati pure moglie, figlio che decideva lui le canzoni al Festival, sia come sia non si facevano sfuggire l’occasione quelli come Massimo Giannini, a illuminarsi d’immenso, che proprio non gli serviva, Ama dove andremo senza di te, “la destra mantiene la promessa: fuori i migliori, dentro solo i servi”.

Come no: vedi l’evanescente Benigni che in Rai ci sta più di Mattarella; vedi l’allegra coesistenza di tutti, destra e sinistra, perché non pigliamoci in giro, lì dentro c’è posto per (quasi) tutti e chi se n’è andato lo ha fatto pedestremente per intascare di più, per quei giochi bassi, quelle trame di potere, qualcuno, lo sappiamo benissimo, distaccato dal partito di riferimento su altre emittenze così da marcare il territorio; funziona così, che vi credete? E in ogni caso, se è davvero come la diceva capitan Bella Chat (lo straziante circoletto antifà su WhatsApp naufragato come Repubblica, senza nessun greco a rilevarlo), come lo spiega adesso questo ritorno del Nason Prodigo nella televisione degli epuratori e dei servi? Quello che i Giannini non dicono è che, lontano dalla mamma e dalla mammella pubblica, quasi tutti floppano: qui si apre l’irrisolto dubbio amletico, è l’anchorman che fa la rete o l’opposto, è il sistema-network a tener su personaggi che, appena se ne allontanano, disvelano la loro desolante dorata mediocrità? Forse potrebbe spiegarcelo Aldo Grasso, che di queste cose è esperto. Noi ci limitiamo a ribadire qualche antica convinzione: è il medium che fa il messaggero, i fuoriclasse sono in via d’estinzione e perfino loro, ai tempi, ebbero vita dura traslocando: e si parlava di certi Baudo, Bongiorno, Corrado, Carrà eccetera, figurati oggi, con l’aria che tira dei Saviano e dei Giannini.

Piglia Sanremo ad esempio, che i conduttori li premia tutti, li rende fungibili, abbronzatura più abbronzatura meno: per eccellenza è il carrozzone carrozzato (Viva la) Rai che va avanti da sé, a prescindere, basta non disturbare, basta lasciare tutto nella brodaglia della mediocrità, mortificante ma particolarmente gradita da un pubblico servile più ancora dei giornalisti che ne cantano le laudi, una audience decerebrata, incapace di distinguere, di discernere. Chiaro che un Ama possa infilarci 5 edizioni trionfali, ma mica dipende da lui: appena esce, fa lo share di uno spazzolino da denti. E il successore, Conti, che non è migliore e non è peggiore, non è diverso, a parte la tinta e la sfumatura vernacolare, viaggia di conserva, officia la solita tombola di regime che resta mentre gli officianti passano. Quest’anno, poi, il Festival della non canzone italiana si annuncia ancora più squallido, esanime, conformista, burocratico, insulso, noioso, evirato di ogni ambizione artistica e dunque si prepara un trionfo annunciato. Va così. A tal punto va così, che dietro la remigrazione di Ama si ipotizza un clamoroso, si fa per dire, ritorno proprio a Sanremo nel 2027, dei soliti due, l’AmaCiuri coacervo d’arte e vita, inscindibili, con rispettive famiglie si capisce, perché l’arte, lo spettacolo, il Festival, la Rai, l’Italia è tutta una questione di famiglia, è una Repubblica, come si diceva un tempo per dire un gran casino, fondata sulla famiglia nel senso di clan.

Naturalmente, se la cosa va in porto, e ci andrà, scatteranno subito i decreti delegati a tessere le lodi, non della tele-Meloni che deve restare il buco nero degli immeritevoli e raccomandati, quanto della forza del destino, il ritorno degli AmaCiuri come resistenti, banderilleros della democrazia, nuovi partygiani, salvatori della patria e della musica, del buon gusto, come quando sfottevano i novax dipinti come epilettici, poi si è visto come stavano le cose ma chi li hamas a questi?
Dai dai, che le chiacchiere stanno a zero, Amadeus si era montato la testa a livelli insostenibili, manco i grattacieli farlocchi di Milano city, ha fatto flanella e allora vuol tornare dal perduto amore, possibilmente con una paccata supplementare di svanziche perché da queste parti non c’è niente di più remunerativo dei fallimenti.

Davvero una storiella esemplare e sapete come la rivenderanno, tutti, Ama, Ciuri, Giannini, i cantori, le cantine, i tromboni e le clarine? Con la logica della sfida, ah, torno perchè ho bisogno di nuove sfide, è stato bello ma la Rai è casa mia (sempre in doppiosenso mafioso, di potere), qui sono nato, hic manebimus optime. E invece la verità unica e vera è sempre quella che diceva Bob Arum, storico promotore di pugilato: “Non è mai per i soldi: è sempre per i soldi”.

Max Del Papa, 18 dicembre 2025

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