Sette vite

La vita di Jacobs (che ora torna in pista): “Mai avute due identità, mi sento solo italiano”

L'oro olimpico racconta a Sette Vite quei dieci secondi che sembrano nulla e invece racchiudono anni di lavoro, cadute, infortuni, rinunce: "Dopo mi sono un po' perso"

«Quella che stai vivendo è la vita che avresti voluto vivere?». È con la consueta domanda che si apre la mia conversazione con Marcell Jacobs nell’ultima puntata di Sette Vite, il podcast dedicato ai protagonisti del nostro tempo. E nel suo caso, possiamo dirlo senza enfasi: a uno dei miti dello sport contemporaneo. Medaglia d’oro olimpica nei 100 metri a Tokyo, l’uomo più veloce del mondo, il primo italiano a vincere la gara regina dell’atletica. Jacobs non è solo il campione che ha bruciato tutti sul filo del traguardo. È un bambino cresciuto tra due identità culturali ma anche un atleta passato attraverso infortuni e polemiche mediatiche. Gli chiedo che bambino fosse. Se la sua sia stata un’infanzia felice. Crescere tra America e Italia cosa gli abbia insegnato. La sua risposta è composta, riflessiva. Sì, si sente totalmente italiano. L’Italia è casa, è appartenenza. Ma la doppia identità gli ha insegnato ad adattarsi, a non sentirsi mai completamente fermo, a costruirsi da solo.

La velocità? «L’ho scoperta presto». Prima il salto in lungo, poi la svolta verso la corsa pura. Una transizione non scontata. «A un certo punto qualcuno mi ha fatto capire che quei metri potevano portarmi lontano. Forse fino a diventare il più veloce del mondo». Ma crederci davvero, racconta, «è stata un’altra storia». C’è stato un istante in cui ha capito che avrebbe potuto fare qualcosa di storico? «Sì». Uno sguardo agli avversari. Una consapevolezza improvvisa: «Dopo tutti i sacrifici fatti, perché non io?».

La sera prima della finale olimpica non è epica come potremmo immaginare. «È stata silenziosa. Intima». La pressione c’era, certo. «Ma l’ho trasformata in concentrazione». Poi quei dieci secondi. Dieci secondi che sembrano nulla e invece racchiudono anni di lavoro, cadute, infortuni, rinunce. Si è accorto subito di aver vinto? «Non è così automatico come si pensa. Devi guardare il tabellone, realizzare». E quando succede, il tempo si ferma.

Un titolo gli è rimasto addosso: «L’uomo dei sogni». «Tokyo cambia tutto. Non solo la carriera. Cambiano le aspettative degli altri. E forse anche le tue». Dopo l’oro arrivano infortuni, dubbi, polemiche. Fino alle intercettazioni e al cosiddetto “caso spionaggio”, una vicenda che lo tocca indirettamente ma che finisce per coinvolgerlo mediaticamente. Quanto ha pesato? «Molto. Non tanto per quello che era, ma per il clima che si è creato. Per la sensazione di essere osservato, giudicato, messo in discussione». Le vittorie mancate fanno più rumore delle medaglie vinte? «In parte sì. Il mondo si abitua in fretta all’eccellenza e non perdona le pause». Dopo 643 giorni torna in Diamond League, al Golden Gala. Intanto ricompone la squadra con Paolo Camossi, l’allenatore con cui c’era stata una separazione. «Mi sono un po’ perso», ammette. Perdersi significa cercare altrove certezze che forse erano già dentro. «Andare negli Stati Uniti era un modo per respirare un’altra aria». Significa anche allontanarsi dal rumore italiano, dalle tensioni nate attorno a quelle intercettazioni. Quando legge certe notizie, «non sono rimasto del tutto sorpreso». E questo, forse, è l’aspetto più amaro.

Roma è un luogo simbolico. L’Europeo vinto davanti a quarantamila persone e al Presidente della Repubblica è un altro nodo emotivo fortissimo. «Entrare in quello stadio è qualcosa che ti attraversa».

«Diventare padre mi ha cambiato più dell’oro olimpico». I figli non vedono soltanto il campione: «Vedono il papà». Ed è uno sguardo che rimette tutto nella giusta prospettiva. Sta costruendo un’Academy perché sente la responsabilità dell’esempio. «Essere un modello non è solo un privilegio, è un dovere». La vera forza, dice, «si misura nella capacità di rialzarsi». Vincere è straordinario, ma tornare dopo una caduta lo è ancora di più. Prima di salutarci gli chiedo un’ultima cosa: un momento di felicità pura, esclusa Tokyo. Sorride. «La felicità vera a volte è lontana dai riflettori». Sta in un abbraccio. In uno stadio che esplode. O in una sera qualunque, quando capisci che sì — nonostante tutto — stai vivendo esattamente la vita che volevi.

La puntata integrale è disponibile su youtube

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