L’aborto volontario è un omicidio

Dopo la sentenza Usa, si riapre il dibattito sull’interruzione di gravidanza

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Chi è contrario all’aborto invoca il principio di sacralità della vita, chi è a favore invoca il principio di autodeterminazione della donna. Se ragioniamo liberi da ogni condizionamento ideologico, dobbiamo innanzitutto sottoporre a critica i due principi appena nominati; anzi, meglio, non dobbiamo neanche considerarli. Un’etica veramente libera da condizionamenti ideologici non pone prescrizioni a priori, immutabili e assolute. L’unica prescrizione è quella di non avere altre prescrizioni di quelle che contraddicono il fine stesso dell’indagine etica: la ricerca del benessere e della libertà, con ognuno giudice di sé stesso, a condizione (questo è importante) che la stessa libertà venga riconosciuta all’altro.

Non mi è riconosciuta la libertà di ucciderti (anche se questa azione, per qualche ragione, dovesse procurarmi soddisfazione e benessere) perché io non son disposto a riconoscere a te la libertà di uccidermi. Per cui non è certamente lecito che una donna sostenga di voler uccidere il bimbo appena nato, in quanto non pronta alla maternità (autodeterminazione) o esposta, in conseguenza della maternità, ad una condizione di squilibrio psichico (diritto alla salute). 

Ci si può ora chiedere: forse ciò che non è lecito il giorno della nascita sarebbe lecito il giorno precedente? Non è difficile argomentare ed arrivare ad una risposta negativa. Ma è possibile continuare ad andare a ritroso nel tempo e “dedurre” l’illeicità della soppressione dell’embrione sino alla fecondazione dell’ovulo? Ecco: questo non sembra possibile. Si può argomentare che nelle prime due settimane del suo sviluppo l’embrione non può essere tutelato come “individuo ragionevole” perché certamente, sino a quello stadio, non è un individuo, non avendo ancora deciso se deperire, come avviene per l’80% degli embrioni, o cosa essere (una forma tumorale, un bimbo, più gemelli), né ha capacità raziocinanti, essendo privo di tessuto nervoso e di cervello. 

Ma dopo la seconda settimana di sviluppo l’embrione ha certamente le caratteristiche dell’individualità e a due mesi dalla fecondazione esso è già una miniatura umana. Certo, il suo sviluppo futuro dipende dalla madre con la quale esso è in interazione. Ma anche lo sviluppo futuro (e la vita) di un bimbo appena nato dipende da qualcuno che se ne curi. 

Il principio di sacralità della vita non sembra essere applicabile prima della seconda settimana di sviluppo di un embrione, quello di autodeterminazione e di salvaguardia della salute della donna non sembra esserlo dopo l’ottava settimana (ad esclusione, naturalmente, del caso in cui dovesse essere in pericolo la vita stessa della donna). Insomma, vi è un salto di qualità tra ciò che è nelle prime due settimane dopo la fecondazione e ciò che è dopo. 

E ciò che è dopo non differisce qualitativamente da ciò che alla fine nascerà. Poste così le cose, quella dell’aborto oltre la seconda settimana dalla fecondazione è una pratica barbara, ammantata di diritti della donna e di progresso della civiltà solo per nascondere, per convenienza, ciò che essa veramente è: un omicidio. Oggi la ricerca farmacologica mette a disposizione strumenti tali che non giustificano più il dover ricorrere all’aborto, che appare così una pratica primitiva. Naturalmente il problema etico sollevato da chi ritiene la cosa inaccettabile fin dal primo giorno del concepimento è degno del massimo rispetto ma, temo, non ha soluzione o, comunque, io non ne vedo una. Sicuramente però l’aborto oggi, così com’è praticato, non ha più alcuna giustificazione.

Franco Battaglia, 1 luglio 2022

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