Politica

L’all-in di Giorgia detta Giorgia

Meloni si candida: “Per fortuna non sono la segretaria del Pd, il partito mi aiuterà”. La promessa: cambieremo l’Europa

Giorgia Meloni

Il principio sta tutto qui: farsi chiamare Giorgia. Dare del tu. Apparire popolare, ma non popolana. Statista ma vicina alla gente. Il premier Meloni governa da oltre un anno, incontra leader stranieri, va alla Casa Bianca, viaggia con Ursula von der Leyen, stringe accordi coi presidenti arabi, detta la linea del Paese, ma non vuole cambiare. Non intende apparirlo, almeno. Ecco perché ha scelto di candidarsi alle elezioni Europee, non solo per “saggiare il consenso”, come ha più volte spiegato, ma anche per continuare a non apparire lontana. Ad essere vicina. A far sentire all’elettore di essere “Giorgia”, una che “il potere non mi cambia” e “il palazzo non mi isola”: “È la cosa più preziosa che ho”.

Giorgia Meloni detta Giorgia. Si narra che l’idea di chiedere agli elettori di scrivere sulla scheda elettorale solo “Giorgia” sia venuta proprio a lei, mentre scriveva il discorso della convention di Pescara da cui ha annunciato la sua candidatura. Nelle liste gli elettori troveranno, capolista in tutte le circoscrizioni, la dicitura “Giorgia Meloni detta Giorgia”, così da non invalidare nessun voto. Si può fare, è la legge che lo permette anche se i giuristi (di sinistra) già parlano di forzatura istituzionale (ps: se anche tutte le preferenze a Meloni venissero invalidate, poco importa. Tanto lei non andrà a Bruxelles e quello che interessa è solo il dato definitivo di Fratelli d’Italia). Per partorire l’idea, comunque, occorre un po’ di malizia politica. Serve a marcare la distanza siderale tra la corazzata FdI e il gran caos del Pd. Breve sintesi: negli ultimi mesi Elly Schlein ha dovuto fare marcia indietro sulla candidatura di Ilaria Salis, sulla sua posizione come capolista, sul nome nel simbolo e tante altre concessioni alle correnti interne di un partito dilaniato. Meloni no: “Siccome, per fortuna, non sono la segretaria del Pd, il mio partito mi darà una mano in questa campagna…”.

E poco importano le polemiche sui manager di Stato che indossano le t-shirt di partito (mossa innocente, forse, ma evitabile). Meloni ha fissato la sua asticella qualche settimana fa: Fratelli d’Italia deve restare sopra al 26%, dato conquistato alle elezioni politiche, e lei potrà dirsi vittoriosa. Al contrario sarebbe una disfatta, ma i sondaggi sono favorevoli. Certo: conta anche il desiderio di “mandare all’opposizione” in Europa la sinistra, ovvero quei socialisti “servili” con l’Ue delle folli regole green. “È arrivato il momento di alzare la posta, cambiamo anche l’Europa”. Ce la farà? Non dipende solo dall’Italia, ovviamente. Però una indicazione politica importante nel suo discorso era contenuta. Questa: “Quando noi diciamo ‘mai con la sinistra’ non stiamo utilizzando uno slogan buono da campagna elettorale ma da buttare il giorno dopo, parliamo di qualcosa che è nel nostro Dna. Vale a Roma e vale a Bruxelles, non ci interessa stare con tutti o dove stanno tutti”. Tradotto: no ad accordi al ribasso con i socialisti europei al solo scopo di entrare nella stanza dei bottoni dell’Europa. E questa, forse, quando ci sarà la Commissione Ue da formare, sarà la promessa più difficile da mantenere. Per Giorgia.

Giuseppe De Lorenzo, 29 aprile 2024

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