Politica

L’ambientalismo è comunista

Dalla critica della proprietà privata al mito della natura incontaminata: perché alcune idee sembrano riemergere oggi nella cultura anticapitalista

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Ha perfettamente ragione Nicola Porro nella “Zuppa” del 28 agosto a connettere il fenomeno dell’ambientalismo con il comunismo. Questa connessione trova la sua formulazione ideologica in Jean-Jacques Rousseau, precursore dell’ideologia comunista.

Il filosofo e pedagogista svizzero sosteneva che l’uomo, nello stato di natura, fosse “buono”. In seguito all’avvento della proprietà privata, come espresso nel “Discorso sull’origine della disuguaglianza” del 1755, l’uomo si corrompe, facendo nascere sentimenti come l’invidia e lo sfruttamento. A questo punto, l’uomo corrotto dalla società danneggerebbe a sua volta la natura, intesa in un’ottica del tutto pura e benigna dal filosofo ginevrino.

Nello specifico, Rousseau ritiene che a corrompere l’idilliaco stato di natura originario siano, intrinsecamente alla proprietà privata, la tecnica produttiva e l’avvento del capitalismo. Lo stato di natura primitivo è così esaltato dall’ideologia comunista perché in esso l’autonomia del singolo non esisteva e l’uomo viveva teso esclusivamente al sostentamento della propria comunità.

L’avvento della proprietà privata ha invece fatto sì che l’uomo potesse acquisire i mezzi per emanciparsi e produrre da sé gli oggetti necessari al proprio sostentamento e alle proprie pulsioni di miglioramento. Questo non può che essere un fattore positivo.

È innegabile che oggi si stia assistendo a una deriva nello sfruttamento delle risorse ambientali, che va certamente gestita. Ma ciò non toglie che la nascita della proprietà privata significhi progresso e capacità di arginare anche i rischi della natura, che forse non è così benigna come teorizzato da Rousseau.

Non è certo la proprietà privata a corrompere l’essere umano: essa non è nata da un giorno all’altro, come sostiene Rousseau, ma era già insita anche nelle comunità primitive e nel loro istinto di sopravvivenza, qualora si fossero scontrate con un’altra comunità per il “controllo” di un determinato territorio.

Rousseau dimentica che l’uomo dello stato di natura, da lui tanto esaltato, cacciava: non è questa forse un’espressione di “proprietà privata” che l’uomo fa nei confronti della stessa natura, e di corruzione nei suoi riguardi? A livello pedagogico, in un mondo sempre più digitalizzato e industrializzato, in cui la frenesia rovina i momenti più puri, i sentimenti di connessione con la natura espressi da Rousseau ne “L’Emilio” e ne “Le passeggiate del sognatore solitario” non possono che essere apprezzabili.

Ma nel filosofo ginevrino l’aspetto pedagogico naturalistico si compenetra perfettamente con il lato politico, economico e ideologico, costituendo un nesso logico coerente, ma errato. Una domanda che avrei voluto porre a Rousseau è la seguente: se, come da lui postulato, l’uomo è per natura buono, come è stato possibile, in un contesto totalmente benigno, che si sviluppasse un uomo dalla natura diversa?

Mi chiedo dunque se questo processo di “corruzione” dell’uomo, visto negativamente da Rousseau, non fosse invece un necessario passaggio teso alla libertà umana e al progresso. Il comunismo, invece, ha sempre soffocato le aspirazioni degli uomini.

Flavio Maria Coticoni, 6 settembre 2026

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