in

L’art. 18 e la legge Monti-Fornero, da demoni a benefit

Dimensioni testo

Da quasi un anno raccolgo notizie (curiose) di tipo sindacale, che mi arrivano via mail o per telefono da amici o da sconosciuti, da operai, sindacalisti, consulenti del lavoro, direttori del personale, comuni cittadini.

Mi interessava capire come i diritti “negati” ai lavoratori dalla legge Monti-Fornero e dal Jobs Act potessero essere ricuperati nelle negoziazioni integrative di secondo livello fra azienda e sindacati interni, come forme alternative di benefit. La trovai un’idea geniale, tipicamente italica.

Repubblica ha fatto un’inchiesta sullo stesso tema di alto livello professionale, bruciando il mio lavoro. Non essendo interessato agli scoop sono stato comunque ben lieto di questa eccellente iniziativa firmata da Marco Patucchi, integrata poi da Barbara Ardà, che onestamente non sarei stato in grado di elaborare con la stessa completezza.

Mai avrei immaginato quanto lavoro sia stato fatto, in modo silente, dai lavoratori e dagli imprenditori e dai sindacati più innovativi (Fiom), in questi due anni dall’approvazione del Jobs Act per migliorare il loro rapporto e nel loro reciproco interesse, sganciandosi dai burocrati di Governo, di Confindustria, dei Sindacati gialli. Stessa cosa per la Monti-Fornero.

C’è bisogno di manodopera qualificata?

Ed ecco l’accordo per il ripristino del (famigerato?) art.18 dello Statuto dei Lavoratori per i dipendenti assunti dopo l’entrata in vigore del Jobs Act nel 2015 ed esteso a tutti i nuovi contratti.

Si vogliono superare le attuali norme sui controlli a distanza dei lavoratori? Si vogliono far entrare giovani facendo uscire anziani prima del limite dei 67 anni?

A tutto c’è una risposta innovativa.

Ed ecco allora accordi aziende-sindacati (ho trovato solo firme della Fiom o di CGIL del chimico-farmaceutico, nessuna dei “sindacati gialli”, men che meno dei burocrati di Confindustria, ma sarà stata di certo una mia disattenzione) che scambiano produttività con diritti, rifiutando la logica del ricatto verso la parte più debole, e ribadendo di fatto il valore della contrattazione integrativa.

I nomi delle aziende?

L’intero comparto chimico farmaceutico che ha stravolto, in deroga, la legge Monti-Fornero. Con il Fondo Tris, 230 mila lavoratori, compresi dirigenti, andranno in prepensionamento con un assegno straordinario.

Nel metalmeccanico l’attore più prestigioso, in deroga, è certo il Gruppo Volkswagen (Lamborghini e Ducati), ma poi ci sono Novartis, Franco Tosi Meccanica, Bormioli, Acea, Toyota Bologna, etc. E un’infinità di piccole e medie aziende.

E che fa Confindustria?

Minaccia di “espellere dal suo network Acea” (cfr. il vice presidente Vincenzo Stirpe) ma si affretta a minimizzare con i big, tipo Volkswagen.

L’idea geniale (non sono riuscito a scoprire a chi assegnare il premio per l’innovazione sociale che si meriterebbe) è stata quella di smontare i singoli pezzi del Jobs Act e della legge Monti-Fornero e di trasformare il loro ripristino a livello para individuale in “benefit” per i lavoratori, e in “produttività” per le aziende.

Chi l’avrebbe mai immaginato che sarebbe stato possibile smontare un castello di carte all’apparenza intoccabili, cogliendo fior da fiore il meglio del peggio?

E rimanendo fedeli ai principi del capitalismo liberale della negoziazione integrativa, che nulla ha a che fare con il fascistoide Ceo capitalism.

Chapeau a imprenditori e lavoratori intellettualmente non ideologizzati che sono sul “pezzo” del compromesso, unico modo per far crescere la democrazia nel mondo del vivere civile.

Riccardo Ruggeri, 20 Febbraio 2018