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L’autunno politico che verrà e il boomerang di Calenda

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Le élite di ogni ordine e grado, tutte le opposizioni (Pd, Fi, LeU,+Europa), i media devoti, Bruxelles, Emmanuel Macron (pronto a ogni laidezza politica pur di mostrare di essere vivo) si stanno preparando alla grande battaglia d’autunno contro il Governo Conte. Disperati, hanno scommesso che proponga nel Def i tre punti del suo contratto (Reddito di cittadinanza, Flat Tax, Legge Monti-Fornero), e, con l’aiuto di Mr. Spread, abbatterlo, e così il Paese.

Come analista indipendente devo però esplorare anche l’opzione alternativa, cioè che il governo Conte sposti invece, tatticamente, l’avvio dei tre progetti, mettendo così a cuccia il “Mercato” (questi è intellettualmente onesto, valuta i numeri, non le seghe mentali degli uni e degli altri), in attesa pure di verificare come andranno le elezioni europee del maggio 2019. Se Giuseppe Conte seguisse questa strategia e buttasse sul tavolo un grande piano decennale sulle infrastrutture lo scenario cambierebbe.

Nelle mie analisi, per principio, provo sempre a mettermi nei panni dei due contendenti. Se fossi opposizione, lavorerei perché il campo di battaglia fosse quello dell’economia, dove ho il carico da 90 (il mio amico Carlo Cottarelli lo chiamerebbe il “macigno”) del debito. Se fossi Giuseppe Conte sceglierei le “Infrastrutture” come strategia e tutto ciò che c’è intorno al Ponte Morandi come tattica anti élite. Queste non si rendono conto dello spaventoso impatto che ha avuto il ponte nell’immaginario popolare.

In questo caso sarebbe il governo Conte a definire il campo di battaglia comunicazionale: dal Morandi risalire alla privatizzazione di Autostrade, e a cascata a tutte le altre ove sono coinvolti i più bei nomi dell’establishment italiano. Spaccherebbe così il campo avverso almeno in due. Infatti, le élite sarebbero costrette a schierarsi con la Famiglia Benetton per difendere, attraverso questa, tutte le altre privatizzazioni. Ma così facendo si schiererebbero contro Pd e Fi che, a loro volta, dovrebbero battagliare fra loro, rimpallandosi le responsabilità politiche del passato, e al contempo difendersi dal coinvolgimento politico attraverso le potenziali complicità delle strutture tecnico-burocratiche dei ministeri coinvolti.

Un grande puzzle che si trasformerebbe in un minestrone strategico-politico-comunicazionale, con molteplici conflitti di interesse incrociati. Poi devi metterci dentro i manager privati e l’alta burocrazia dei ministeri (potrebbero diventare schegge impazzite del sistema), stante gli anni di reciproci, pelosi amoreggiamenti. Si aggiunga la variabile penale, ciascuno di loro dovrà decidere come comportarsi, sapendo di rischiare la galera. Come noto, il nemico più insidioso del Ceo capitalism nostrano, psicologicamente corrotto, è il premio ai pentiti, inventato per la mafia doc, ma poi esteso a tutti i poteri mafiosi del paese.

Il puzzle si complica ulteriormente con Giovanni Toti, governatore della Liguria, quindi uomo chiave nella vicenda (l’Opa sulla leadership in Fi è lì, sul classico piatto d’argento, da cogliere, quando lui vorrà) che si è subito schierato per l’immediata costruzione del Morandi, contro l’idiozia della nazionalizzazione.

Se poi ci metti dentro la grande lotta politica per la guida del Pd e i milioni di parole in libertà che ascolteremo, ne vedremo delle belle. Una piccola notazione su un segnale debole colto a In Onda, ospite Carlo Calenda. Per difendere il suo operato nella vicenda Ilva si è lasciato sfuggire un concetto impeccabile che qualsiasi persona perbene sottoscriverebbe: “Quando si privatizza un monopolio naturale, cioè con rischio imprenditoriale zero per il gestore, la redditività non può superare il 2%”. Temo, per lui, che si trasformerà in un boomerang verso le leadership Pd e Fi che si sono succedute, quando entreremo nella battaglia finale sul Morandi.

Mi ricorda il film Il Ponte sul fiume Kwai con Giuseppe Conte a interpretare il tenente colonnello Nicholson. Un film del filone epico-psicologico che si proponeva di dimostrare la follia della guerra e l’assurdità dell’etica militare, ma l’impresa non riuscì: rimase un polpettone. Chi interpreterà il maggiore medico Clipton che osservando la scena finale del film mormora “Pazzia, pazzia”.

Riccardo Ruggeri, 4 settembre 2018