Sette vite

“L’avviso di garanzia? Davanti a Dio dico che…”. Di Pietro svela il retroscena su Berlusconi

Il magistrato che è rimasto fedele alla sua versione dei fatti. Ospite del podcast Sette Vite dice: "Perché voto sì al referendum sulla giustizia"

Arriva al podcast Sette Vite con il passo di chi ha attraversato molte stagioni della storia italiana e non ha alcuna intenzione di indietreggiare: quando chiedo ad Antonio Di Pietro se quella che sta vivendo sia la vita che avrebbe voluto vivere, non tentenna: “Beh, a dir la verità sì, tutto sommato… sono stato sempre in prima linea”. Poi spiega il perché del suo ritorno sulla scena pubblica: il referendum sulla separazione delle carriere. Dice di sentirsi “persona informata sui fatti”, perché ha indossato tutti i panni possibili dentro un’aula di giustizia – poliziotto, pubblico ministero, imputato, politico – e considera un dovere civico spiegare ai cittadini le ragioni del suo sì.

Nel cuore, confessa, è rimasto magistrato. E da lì parte il racconto: l’infanzia a Montenero di Bisaccia, gemello “comandato” dalla sorella, la famiglia di contadini, la frase del padre che è diventata bussola: in campagna forse non c’è molto, “ma avremo sempre da mangiare”. C’è il seminario, scelto più per studiare che per vocazione, abbandonato senza rimpianti per “i pantaloncini corti e il pallone”. C’è la Germania dei primi anni Settanta, il lavoro in fabbrica come lucidatore di posate al mattino e falegname al pomeriggio e i soldi spediti a casa come trofeo. “La cosa più bella era arrivare a fine mese e lo stipendio. Rimandare dei soldi a casa. Cioè che soddisfazione, è bellissimo”, racconta.

Il percorso verso la magistratura non è un piano studiato a tavolino, ma una sequenza di concorsi vinti quasi per scommessa. Impiegato statale dopo una “busta gialla” arrivata in Germania, amministratore di condomini, laurea presa da privatista, segretario comunale, commissario di polizia, infine magistrato. “Concorso di circostanze”, la chiama.

Sul capitolo Berlusconi è netto: rivendica l’unico invito a comparire firmato da lui, ricorda la condanna in primo grado e l’assoluzione in appello, sottolinea che gli altri processi non erano affar suo. E sulla fuga di notizie che precedette l’avviso di garanzia all’allora premier giura: “Credo in Cristo davanti a Dio” di non aver passato lui la notizia. Resta l’amarezza di aver portato per trent’anni un sospetto che respinge con forza.

Il presente, però, è soprattutto il referendum. Di Pietro è indignato con quei colleghi magistrati che, a suo dire, usano la propria autorevolezza per orientare il voto parlando di una magistratura “sotto il potere della politica”. Lo considera un falso pericoloso. Difende la separazione delle carriere con una metafora semplice: arbitro e giocatore non possono appartenere alla stessa squadra. Teme che la credibilità costruita negli anni venga oggi usata come leva emotiva. E non vuole restare in silenzio.

Se dovesse riassumere la sua vita in una parola, dice che “è andata bene”. Eppure l’elenco dei tradimenti è lungo, le cause per diffamazione decine, i processi subiti trentasette. Non si sente un simbolo, anche se sa di esserlo per molti, nel bene e nel male. Ci lascia con il sorriso disarmante di chi ha attraversato tempeste e ne porta ancora le cicatrici. Di Pietro è rimasto fedele alla sua versione dei fatti, ma soprattutto a quell’idea ostinata di dovere che, nel bene e nel male, continua a guidarlo.

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