Il sondaggio Termometro Politico chiede agli italiani cosa pensano dell’attrice nera che interpreta Elena di Troia nel nuovo film L’Odissea. Il 32,1% ci vede un disegno di cancellazione dell’identità occidentale, e un 13% che sia stata una scelta sbagliata, ideologica: la somma fa 45%, 1 italiano su 2, circa.
Il 38% pensa che la polemica sia esagerata, purché il film sia bello. Solo il 10,3% la definisce esplicitamente un valore positivo, una reinterpretazione come ne accadono da sempre a teatro. Proviamo un esperimento mentale, giusto per essere onesti fino in fondo: se un attore bianco, o asiatico, interpretasse Malcolm X, la stessa parte di opinione pubblica che oggi si indigna per Elena di Troia griderebbe “cancel culture al contrario” o “meraviglioso esempio di colour-blind casting”?
Perché se davvero si rispetta una cultura, quella cultura andrebbe esaltata nella sua specificità, non riscritta a piacimento quando fa comodo e difesa come sacra quando non fa comodo. Il problema non è il casting di Elena di Troia: è la doppia morale con cui si applica il criterio.
Ed è da qui che si può cominciare a scrivere il contro-manuale, quello delle contraddizioni di quella pacata e indolente sinistra, involontariamente intellettuale, ormai assediata da contraddizioni inconciliabili, ossimoro antropologico di altissimo e profondo.

Il PIL come randello morale
Si rimprovera alla destra di aver trovato un nemico comodo, l’immigrato, semplice da indicare, facile da temere. La risposta che spesso arriva da sinistra è rozza: c’è un argomento che la sinistra ama ripetere con la sicurezza di chi pensa di aver smascherato l’ipocrisia altrui: “i migranti servono per il PIL, ecco perché la sinistra li vuole”.
Riduce esseri umani a una voce di bilancio: i migranti come manodopera utile al sistema, nei campi, nei cantieri, nelle case, spesso in nero, spesso senza contratto, perché in fondo il PIL serve anche a chi lo denuncia a parole. E’ ipocrisia della sinistra.
Non finisco qui i paradossi. Si finge un’alleanza tra mondo progressista e movimento islamico che nei fatti non esiste, perché le due visioni del mondo — su diritti civili, ruolo della donna, laicità dello Stato, libertà individuale — sono spesso agli antipodi. Si tratta di una convivenza tattica, non di un’affinità reale: due mondi che si tollerano a vicenda finché serve, e che si guarderebbero con sospetto profondo in qualunque altro contesto.
Chiamarla alleanza è disonesto. Forse la vera contraddizione non è tra destra e sinistra, ma tra i princìpi che si professano e gli interessi che si finanziano. Il resto è narrazione: comoda, rassicurante, e — soprattutto — a basso costo emotivo per chi la racconta dal salotto giusto.
C’è un modo elegante per riassumere la sinistra contemporanea: crede in tutto, tranne che nelle conseguenze di ciò in cui crede. È il partito delle buone intenzioni con la contabilità sbagliata, quello che scrive il conto e lo fa pagare a qualcun altro. Proviamo a metterle in fila, queste contraddizioni, con la calma di chi non ha fretta di convincere nessuno.
Cominciamo dal principio più semplice e più tradito: chiunque deve poter cambiare paese, rifarsi una vita altrove, se lo desidera. Ma nessuno dovrebbe essere costretto a farlo dalle condizioni materiali in cui è nato.
Se un uomo o una donna lascia la sua famiglia, i suoi parenti, la lingua in cui pensa, non perché lo voglia ma perché il contesto economico gli ha tolto ogni altra opzione, quella non è libertà di movimento. È una sconfitta travestita da statistica migratoria.
La sinistra internazionalista, quella vecchia, lo sapeva bene: le materie prime dovrebbero restare dove nascono e generare ricchezza per chi ci vive sopra, non partire insieme ai lavoratori verso chi le trasforma altrove.
Poi c’è il nemico ufficiale: le multinazionali, il grande capitale senza patria che sfrutta il pianeta e le persone. Peccato che siano spesso le stesse multinazionali a finanziare campagne green, carbon credit, sponsorizzare Pride, produrre report e mettere la bandiera arcobaleno in qualsiasi logo, wokismo da asporto.
Il capitale non ha ideologia, ha marketing: e ha capito che vestirsi progressista costa meno di una class action. Chi indica come nemico “il capitale” e poi applaude la stessa azienda perché ha fatto una campagna inclusiva sta confondendo l’estetica con la sostanza.
Lo stesso capitale monopolistico digitale che per un decennio ha indossato il costume progressista della Silicon Valley oggi si toglie la maschera e mostra il volto che ha sempre avuto: quello di chi vende efficienza a chiunque paghi, governo di destra o di sinistra, poco importa. Il “nemico multinazionale” non ha convinzioni, ha contratti. Ed è proprio per questo che ridurlo a categoria ideologica — di destra o di sinistra — è un errore.
Peter Cameron Ellis, 20 luglio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


