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Le cantanti contro la Meloni hanno rotto i c…

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Le “cantanti” contro Giorgia Meloni hanno rotto i coglioni. Non per la critica, non serve precisarlo. Ma proprio perché non è critica. È posa. È selfie verbale. È pippone delle pippe. È una corsa a chi odia di più. Senza spiegare. Senza specificare. Per riflesso pavloviano. Per opportunismo. Per un clic in più. Una pena. E una noia, feroce, deprimente. Efferata. Alle “cantanti” contro Giorgia Meloni non crea problemi la contraddizione per cui da sedicenti femministe odiano una donna che per la prima volta potrebbe diventare premier, loro la risolvono così: ma lei non è una donna, lei è una fascista. Un fastidio, tutto questo starnazzare social che non va da nessuna parte.

Elodie, Giorgia, Bertè… e anche Ariete

E la Elodie che, ahò, le dà della coatta e della ignorante; lei, figlia der Quartaccio, terza media. Lo sa che sotto il comunismo libertario che non c’è mai stato una che si produce in look da cubista di periferia e passa da un tronista a un rappettaro a un motociclista verrebbe subito spazzata via per decadentismo borghese? E quell’altra, l’altra Giorgia, che si chiama Giorgia pure lei “però non rompo i coglioni”. E invece lo ha appena fatto e tutto per tornare a galla visto che da vent’anni non tira fuori niente. E la Levante, una del giro spocchiosetto che si è bruciata fallendo miseramente a X Factor. E la grottesca Bertè, forse il caso più patetico, che con sforzo erculeo tira fuori dal silicone una invettiva sul cancellare la fiamma “perché l’ha detto Liliana Segre”, manco fosse la Madonna pellegrina di Tiktok. Una che si dice comunista perché porta la maglietta di Che Guevara ma gira come una disagiata per alberghi, possibilmente di lusso, con una scuffia in testa e un treno di bagagli perché lei deve portarsi dietro il letto, cuscino compreso, se no non dorme. Che a vederla così, a considerarne la vita, ti strazia.

La Melonifobia è transgenerazionale, va dalle carampane in libera uscita alla mezza età di Giorgia e arriva alle bimbeminkia come certa Ariete che si agita molto, pure lei addà campà: “Ah io ho 20 anni non sono una politica però…”. Però Giorgia no. Però oddio che paura. Però mi raccomando votate Piddì o al limite i suoi derivati.
Però merda. Però non sanno niente e meno ancora dicono e men che meno capiscono ma non importa, chi perde tempo a leggere i programmi, a ragionarci? Bastano due slogan in croce, no? Il motivo per cui temono la Meloni è lo stesso per cui in fondo la esaltano: Giorgia non è Margareth, ha insopprimibili statalisti e noi, qui, adesso, avremmo bisogno di una Thatcher, che alla fine dei ’70 ereditò un impero in disarmo, sindacalizzato, statalizzato, e lo riportò agli antichi fasti (c’era una canzone dei Rolling Stones, molto politica, che però non venne colta per il messaggio che dava, si chiamava Hang Fire, che in slang è “andiamo in malora”: “Nel piccolo vecchio Paese da dove vengo nessuno più fa un cazzo, non abbiamo più niente, andiamo in malora”; anni dopo fu lo stesso Jagger a chiarire il senso: “Meglio la Thatcher di tutti i buoni a nulla che l’hanno preceduta”).

Musica, comanda il Pd

Magari arrivasse chi, dal variopinto mondo delle ugole, avanzasse una critica anche alla Giorgia in punta di politica: invece il mondo arcobalenato delle mestieranti non va oltre la puttanata circolare, vuota, “ah, mi fa paura, ah, che orrore”; “ah, io voglio amare chi mi pare”. E dovrebbe fregarcene qualcosa, a noi come alla Meloni? Si danno molto da fare, queste, non perché, nel loro comunismo opportunistico, vogliano significare chissà che, del resto non hanno i minimi strumenti per una analisi politica. Ma per la semplicissima ragione che il Partito, il Pd, continua a controllare la filiera dello spettacolo popolare: se vuoi fare una tournée come Dio comanda, devi passare per i loro circuiti, come conferma Jovanotti che più spiana le spiagge e più la fa franca e se le associazioni ambientaliste lo attaccano, parte subito la contraerea dei giornali amici e dei telegiornali di stato.

Se vuoi andare a Sanremo o a qualunque altro programma del servizio pubblico (anche a La7? Anche a Mediaset? Sì, anche sui network concorrenti), devi affidarti alle sovrastrutture di sinistra. Se vuoi avere titoli in prima, interviste a soffietto o a soffocone, devi finire sulle testate del regime bancario che piace alla gente che piace, anche se sempre meno.
Queste cantanti di scarso livello e di altalenante fortuna lo sanno e, in coro, strepitano quello che il Partito vuol sentire. È sempre stato così, sarà sempre così. Prima di Meloni c’era Salvini, prima di Salvini c’era Berlusconi, prima ancora Craxi, prima di Craxi il regime Dc, su, su da Giulio Andreotti a Giulio Cesare. E sempre lo stesso ritornello: fa paura, è orribile, è un fascista, vota PCI, oddio se vince quello, oddio io me ne vado.

Ma non vanno. Restano. E, dovesse davvero vincere Giorgia “da appendere a testa in giù”, faranno quello che hanno sempre fatto: cominceranno a leccarle il culo fingendo di attaccarla. All’epoca del Cavaliere Nero c’era una pletora miserabile di affaristi e di paraculi dal karaoke alla subletteratura di cartone, tipo gli ormai dispersi Wu Ming, le groupie del terrorista Cesare Battisti insieme al da poco scomparso Evangelisti, a Giuseppe Genna, a un plotone di giubbe e guardie rosse. Tutti a latrare al “fascismo”, tutti a far la fila per le televisioni e le case editrici di Berlusconi. Se glielo facevi notare, rispondevano piccati: taci, tu, che io pratico la lotta dall’interno. Non era leninismo, era la democrazia degli anticipi.

Tornerà identica, vedrete, anche con Giorgia che fa paura, ma non così tanto. E se uno si permetterà di rinfacciare le cazzate di appena ieri alle varie Lori, Elodie l’altra Giorgia, Ariete (kikazè?), Chiara Ferragni, mettiamoci pure lei, vah, Michela Murgia, dai, mi voglio proprio rovinare, magari quella mettetela dietro una batteria a picchiare come uno del trash metal, e aspettiamo le prossime, si sentirà fulminare come segue: taci, tu, sessista, fascista, che noi facciamo l’entrismo, noi lottiamo per la libertà. Ma “evviva il comunismo e la libertà” era una canzoncina ignobile che ormai canta solo Laura Boldrini, povera nonna.

Max Del Papa, 29 agosto 2022