Per lungo tempo la società è stata interpretata attraverso categorie relativamente stabili: classe sociale, lavoro, partito politico, famiglia. Oggi, però, questi riferimenti sembrano non essere più sufficienti a descrivere la complessità delle identità contemporanee. Al loro posto emergono appartenenze più fluide, legate agli stili di vita, ai gusti, alle emozioni e alle esperienze condivise.
È questa, in sintesi, la prospettiva sviluppata dal sociologo francese Michel Maffesoli, professore emerito all’Università Paris Descartes e autore, tra gli altri, di Le Temps des Tribus, pubblicato nel 1988. Secondo Maffesoli, la società postmoderna è caratterizzata dalla nascita di nuove forme di aggregazione che possono essere definite «tribù sociali».
Che cosa sono le nuove tribù?
Il termine «tribù» non va inteso nel suo significato antropologico tradizionale, legato alla consanguineità o alla discendenza. Le tribù contemporanee sono piuttosto microcomunità fondate su affinità emotive, culturali ed estetiche.
A unirle possono essere la musica, la moda, lo sport, gli hobby, gli interessi culturali o politici. Ne fanno parte, per esempio, le comunità virtuali, le sottoculture giovanili, i gruppi di appassionati e le numerose comunità che si sviluppano intorno a specifici stili di vita.
A differenza delle appartenenze tradizionali, queste identità non sono necessariamente permanenti. Un individuo può entrare e uscire da una comunità, appartenere contemporaneamente a gruppi differenti e modificare nel tempo le proprie affinità. L’appartenenza diventa così provvisoria, mobile e continuamente rinegoziabile.
Il punto centrale della teoria di Maffesoli è proprio questo: nella società contemporanea l’identità non è più soltanto individuale, ma profondamente relazionale. Le persone cercano un «noi» nel quale riconoscersi.
Dalla razionalità all’emozione
La teoria del neotribalismo mette in discussione l’idea dell’individuo completamente autonomo e razionale. Per Maffesoli, infatti, l’azione sociale non può essere spiegata soltanto attraverso interessi, calcoli e decisioni razionali. Stare insieme significa anche condividere emozioni, simboli, rituali e stili di vita. È il principio dell’«être-ensemble», l’essere insieme: sentirsi parte di qualcosa e riconoscersi in una comunità.
In questo processo assume un ruolo importante anche l’estetizzazione della vita quotidiana. Immagini, simboli, rituali, abbigliamento e comportamenti diventano strumenti attraverso i quali gli individui esprimono la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscono gli altri membri del gruppo.
È qui che emerge una delle principali differenze tra modernità e postmodernità. La prima aveva posto al centro l’individuo, la razionalità, il progresso e le istituzioni. La seconda sembra invece attribuire maggiore importanza al presente, all’esperienza, all’emozione e a legami che possono essere deboli e temporanei, ma allo stesso tempo intensi.
La politica diventa questione di appartenenza
Il cambiamento riguarda anche la politica. La partecipazione non si esaurisce più necessariamente nel voto o nell’adesione a un partito organizzato. Sempre più spesso la politica viene vissuta come un’esperienza collettiva, simbolica e spettacolare.
Un ruolo decisivo è svolto dai social network, che consentono di costruire rapidamente comunità intorno a persone, idee, simboli e battaglie comuni. Le campagne politiche puntano sempre più sulla capacità di suscitare emozioni e di creare un senso di appartenenza.
Anche nei movimenti populisti il rapporto tra leader e sostenitori può assumere una forte dimensione emotiva. Il leader non è soltanto il rappresentante di un programma politico, ma può trasformarsi in un simbolo di identificazione collettiva.
Il confronto tra politica moderna e politica postmoderna appare quindi significativo. Nella modernità prevalevano partiti strutturati, ideologie, programmi e argomentazioni razionali. Oggi acquistano maggiore peso slogan, immagini, simboli, messaggi brevi e figure carismatiche capaci di mobilitare emozioni.
Non significa, naturalmente, che le ideologie e i programmi siano scomparsi. Piuttosto, essi convivono con forme di partecipazione nelle quali il sentimento di appartenenza può diventare altrettanto importante delle convinzioni politiche.
Che fine hanno fatto le classi sociali?
La domanda centrale diventa allora inevitabile: le classi sociali esistono ancora oppure sono state sostituite dalle tribù? Per Maffesoli, le classi non sono scomparse completamente, ma hanno perso parte della loro capacità di spiegare da sole la società contemporanea. Le categorie tradizionali (classe operaia, borghesia e altre forme di stratificazione economica) rimangono importanti, ma non riescono più a descrivere l’intera complessità delle identità individuali.
La differenza fondamentale sta nella rigidità dell’appartenenza. La classe sociale tende a essere associata a una posizione strutturale relativamente stabile; la tribù, invece, si fonda su legami più mobili e può cambiare nel corso della vita.
Un individuo può, per esempio, appartenere contemporaneamente a una comunità sportiva, a un gruppo musicale, a una comunità religiosa e a una rete politica o digitale. Queste appartenenze non si escludono necessariamente a vicenda e possono modificarsi nel tempo.
Dal «sociale» alla «socialità»
Maffesoli distingue, a questo proposito, tra «sociale» e «socialità». Il «sociale» rimanda alle istituzioni, ai ruoli e ai rapporti relativamente stabili che caratterizzano la società moderna. La «socialità», invece, riguarda le relazioni quotidiane, i legami emotivi, le affinità e le forme di aggregazione spontanea.
È nella socialità che si sviluppano le nuove tribù: gruppi spesso privi di strutture rigide, ma capaci di produrre un forte senso di riconoscimento reciproco. La società di massa, in questa prospettiva, non scompare semplicemente: si frammenta. Al posto di grandi appartenenze collettive emergono molteplici comunità più piccole, unite non necessariamente dalla condizione economica, ma da gusti, emozioni, simboli e stili di vita.
Una nuova geografia dell’appartenenza
La teoria di Maffesoli offre dunque una chiave di lettura per comprendere una trasformazione profonda della società contemporanea. Non viviamo necessariamente in un mondo privo di appartenenze; viviamo, piuttosto, in un mondo nel quale le appartenenze sono diventate più numerose, mobili e mutevoli.
Le classi sociali continuano a influenzare la vita degli individui e non possono essere considerate superate. Tuttavia, accanto alla dimensione economica, acquistano sempre maggiore importanza quella culturale, simbolica ed emotiva.
È forse questa la vera sfida della società postmoderna: comprendere come sia possibile costruire un senso di comunità in un mondo nel quale i legami tradizionali si indeboliscono, mentre nascono continuamente nuove forme di identificazione.
Dalle classi alle tribù, quindi, non si tratta semplicemente di un passaggio da una categoria all’altra. È soprattutto un cambiamento nel modo in cui gli individui costruiscono la propria identità e cercano il proprio posto nella società. Il bisogno di appartenere, in fondo, non è scomparso. È cambiato il modo di soddisfarlo.
Apostolos Apostolou, 5 settembre 2026
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