Politica

Le due colossali menzogne sulla “supremazia” della sinistra

Sfatiamo alcuni tra i miti più diffusi sui partiti e sulla cultura dei "progressisti". I fatti dicono l'opposto

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A volte ci si pone domande del tipo «come mai la sinistra ha candidato alla presidenza delle Marche Matteo Ricci, sapendo che questi sarebbe finito nel mirino della magistratura?». Ricci è parlamentare europeo, e i fatti recentemente emersi risalgono ad anni antecedenti le elezioni Ue, cosicché la domanda andrebbe spostata, indietro nel tempo, a quelle elezioni. Avrei una congettura di risposta in proposito: per curarsi in salute. Ilaria Salis docet, andare a Bruxelles sembra essere un ottimo scudo di riparo da indagini giudiziarie.

E perché reiterare la candidatura alla Regione Marche? Beh, perché, di tutta evidenza (sempre Ilaria Salis docet, coi suoi 180mila voti raccolti), finire nel mirino della magistratura sembra essere un motivo per essere premiati dagli elettori di sinistra, che se gli si dice di votare uno spaventapasseri lo votano senza neanche turarsi il naso.

La mia congettura è corroborata dal fatto che, di quelli finiti a Bruxelles, sono una dozzina e tutti di sinistra (quasi tutti Pd) i parlamentari che sono o ex-sindaci o ex-presidenti di regione. Unica eccezione è Letizia Moratti che però, a differenza di tutti gli altri, era sindaco oltre 12 anni prima di diventare euro-parlamentare. E quelli degli ultimi 15 anni per i quali è stata sollevata la questione dell’immunità europarlamentare sono tutti della sinistra. Non sto qui sostenendo che la sinistra spedisce a Bruxelles per salvaguardare i propri affiliati che hanno compiuto marachelle mentre amministravano, però danno da pensare le circostanze citate.

Ed eccone un’altra. Come sappiamo l’Emilia-Romagna è stata ferita da eventi alluvionali terribili durante l’amministrazione di Stefano Bonaccini. Il quale ha impegnato notevoli risorse per – a suo dire – proteggere la regione dai cambiamenti climatici, e lo ha fatto promuovendo l’installazione di impianti fotovoltaici (anziché di dighe, casse d’espansione, argini, etc.). Le azioni di Bonaccini sono state irrilevanti per la protezione dai cambiamenti climatici, mentre rilevantissime sono state le sue omissioni. Se fossi giudice, non foss’altro per rispetto degli alluvionati, al presidente regionale avrei chiesto conto e ragione; ma chiederla all’europarlamentare è tempo perso.

Per verificare se la mia congettura ha fondamento, bisognerebbe grattare sotto la superficie dell’operato di quella decina tra sindaci e governatori che la sinistra ha spedito a Bruxelles. Se risultassero irreprensibili, la mia congettura cade. Mi sovvengono ora due leggende metropolitane. La prima è quella secondo cui «l’Italia che funziona è l’Italia amministrata dalla sinistra», con proprio l’Emilia Romagna sbandierata come esempio ripetuto ad nauseam. È una leggenda metropolitana bevuta dai creduloni, me compreso. Salvo, nel mio caso, necessariamente ricredermi nel momento in cui nell’Italia “che funziona” – quella da sempre amministrata dal Pci, prima, e dal Pd, poi – sono andato a vivere, per poi con sgomento constatare che in quell’Italia non funziona proprio niente come potrebbe.

L’Emilia Romagna “funziona” perché c’è una classe imprenditoriale formidabile che rende ricca la regione e, con essa, una classe politica parassitaria che ha un solo scopo: mantenere il ruolo di parassitaria sanguisuga stando al potere. Nei molti anni che vi ho vissuto mi ha sorpreso la moltitudine di professionisti che mi confessavano la loro determinazione a non esporre le proprie idee politiche: «se si sa che non sei “dei loro” – mi dicevano – ti è precluso ogni incarico dall’amministrazione pubblica», sia essa comunale, provinciale o regionale. Insomma – riflettevo – il metodo “intimidatorio” che nel sud è addebitato all’esterno della cosa pubblica, nell’Italia “che funziona perché amministrata dalla sinistra” sembra essere connaturato all’interno della cosa pubblica.

La seconda leggenda metropolitana è quella che, martellante per decenni, narra che «la cultura è a sinistra». Probabilmente sulla parola “cultura” si può scrivere un trattato – cosa di cui ci guardiamo bene dal fare – ma, nel caso che qui ci tocca, essa è da intendersi non con l’accezione passiva di “erudizione” ma con l’accezione attiva di “prodotto del libero pensiero che arricchisce la conoscenza di noi stessi e del mondo che ci circonda”. Codesto prodotto può essere opera letteraria, storica, pittorica, scientifica, e continuate voi con l’elenco. Ma la cosa essenziale affinché un frutto del pensiero sia un prodotto “culturale” è che quel pensiero sia libero e, in quanto tale, non c’è nulla che un governo nazionale, regionale o comunale possa fare per la cultura, se “cultura” è quel che abbiamo detto. Senonché la libertà è proprio il contrario di ciò che la sinistra chiede ai propri accoliti, cosicché non è vero che «la cultura è a sinistra». Per la sinistra la “cultura” deve essere funzionale al proprio mantenimento al potere: «strumento di egemonia», la vedeva Antonio Gramsci.

Il libero pensiero deve anzi essere oppresso. Ecco due esempi che mi sovvengono. Furono i professori di sinistra a pretendere – e ottenere – che Papa Benedetto XVI non facesse alcun intervento alla Università La Sapienza di Roma. Un atto degno del peggiore squadrismo fascista, che è il contrario di ciò che la cultura è. Ed è una del Pd – dal nome talmente irrilevante da non valere lo spreco d’inchiostro per scriverlo – che, forte della propria posizione di vice-presidente del Parlamento europeo, passa il proprio tempo a brigare affinché sia messo il bavaglio a chiunque abbia, sul conflitto russo-ucraino, un pensiero diverso dal proprio.
Insomma, dire che «la cultura è a sinistra» e che «l’Italia che funziona è quella governata dalla sinistra» è un falso della storia e della cronaca.

Franco Battaglia, 3 agosto 2025

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