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Le Sardine si prendono una pausa. Tutto secondo i piani…

Mattia Santori annuncia la pausa del movimento. Chissà cosa cuoce in pentola per il capo Sardina

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Sardina Mattia è un po’ stanchino. Di cosa esattamente? Di far niente, ma un niente indaffarato ultimamente: organizzarsi la scalata sociale non è roba da poco, non è star lì a pettinare le bambole o lanciare i fresbee, tocca fare molte pubbliche relazioni, fondare un movimento unto, scivolare tra il populace sguisciando fino al potere, far fuori i dissidenti, diventare influencer del nulla, metterci faccia e cerchietto. Roba da duri, anche se non pare, il potere logora chi lo insegue, è una selezione naturale e adesso la sardina è stanchina: bisogna capirla, il giro delle televisioni e delle piazze è più duro della Maratona di Fidippide. Ma, finalmente, sardina Mattia può rivedersi alla Filippi del Pd: annuncia la sospensione del movimento (sotto sale?), l’urgenza di “una pausa di riflessione”: sì, ma lui cosa ci mette?

Esausto annuncia melodrammatico: troppe liti, troppe faide, troppi tentativi di farmi fuori. Veramente sono le sardine di complemento ad accusare lui di verticismo stalinista, e poi non era codesto un movimento di pari, dove nessuno comandava? Ma andiamo, questi poi son dettagli, cavilli, quel che resta è che Sardina Mattia è cotta e condita, ciò che ha scatenato la ingenua ironia di molti, “ah, avete visto, è finito come gli altri, un fuoco di paglia, il nulla ritorna al nulla”, mentre non capivano che la missione è compiuta: se Sardina Mattia scioglie le sardine (altro che pausa di riflessione), è il segno che l’obiettivo è centrato e la candidatura nel Pd è garantita: e a che altro sarebbe servita, di grazia, la pagliacciata marinaretta?

Sardina Mattia non ha gran voglia di lavorare, non ha competenze di sorta, ha passato la trentina senz’arte né parte, sfarfalla con la feroce ambizione del potere, è uno dei tanti populisti di sinistra, un Masaniello dal rosso berretto o cerchietto: il curriculum piddino non fa una grinza, inoltre è malleabile, duttile, plasmabile, obbediente, ligio, zelante, non è vero che la pagliacciata sardinista fosse fine a se stessa, era bene organizzata (leggere il libro di Francesco Borgonovo, Contro l’onda che sale), funzionale a boicottare Salvini. Le sardine, curiosamente, lo hanno fatto per terra, mentre via mare ci ha pensato un altro eterno candidando, Luca Casarini, pure lui dall’expertise impeccabile, per il quale pare sia finalmente la volta buona (glielo avrebbe promesso Orfini, vecchio compagno di merende solidali). A questa stregua, lo stesso Palamara dovebbe venire sparato minimo sul Colle.

Stanchina, la Sardina: “O di che?”, chiederebbe il conte Mascetti. Ma come di che: si è sbattuto come un pazzo in sei mesi, regalando perle gaffose memorabili, ricordate il bambino autistico che non sa giocare a pallacanestro? Le supercazzole demagogiche, il sorridere di denti ad ogni risposta non trovata, cioè sempre, le tavole della legge sardinista, “noi pretendiamo che…”, la democrazia in scatola, “Voi potete parlare ma non avete diritto a essere ascoltati”, la strategia situazionista, “non ci importa chi vince le elezioni in Emila Romagna basta che sia Bonaccini”, gli exploit degni del geom. Calboni, quello dei “tre scotces”, del quale Sardina Mattia è un nipotino naturale, mentre il fratello di latte è Lodo Guenzi dello Stato Sociale: “Mi ha telefonato il Papa, è stata una grande emozione” (era un imitatore di Cruciani); “Aldo Moro, ucciso dalla mafia insieme a Peppino Impastato…”; il tentativo di cavalcare l’immagine di Liliana Segre, che però si divincolava; le convergenze parallele coi centri sociali più famigerati, come lo Spintime Labs, quello che continua a rubare (tra l’altro) elettricità con la complicità del cardinale elemosiniere; gli spocchiosi sgangherati appelli alla cultura, la cui provvista è a livello Di Maio; i libri al posto delle mascherine contro il coronavirus; le pretese di attenzione dai giornalisti per quanto sgraditi, “non mi ha fatto neanche una telefonata”; le avances al limite del porno verso il presidente Giuseppi; fino alla freschissima, ma un po’ rancida, intervista, esageriamo, al ministro Bella Ciao Gualtieri, chiosata da par suo: “Mi accuseranno di essere filogovernativo, ma…”. No, il termine tecnico è un altro, nun t’allargà.