Le scemenze sul patriarcato non fermeranno le lame facili

La Spezia e l’ennesimo delitto spiegato con slogan ideologici invece che con i fatti

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violenza la spezia

L’accoltellamento mortale avvenuto pochi giorni fa all’Istituto Einaudi di La Spezia ha sconvolto l’Italia, rivelando una realtà brutale che non può essere ignorata. Youssef Abanoub, 19enne di origini egiziane, è stato ucciso con un coltello da cucina dal compagno Zouhair Atif per motivi futili riguardanti una ragazza. Questo episodio non è un’anomalia isolata, ma un sintomo evidente di una cultura della violenza diffusa tra una parte significativa dei giovani, specialmente quelli di seconda generazione provenienti da contesti migratori.

Il coltello facile di tanti, troppi ragazzi non è frutto di astratte teorie sul patriarcato o di carenze in educazione affettiva e sessuale, ma di dinamiche sociali concrete legate a violenza, devianza ideologica e integrazione fallita. I fatti parlano chiaro: l’aggressore ha portato l’arma a scuola, sferrando un colpo letale in classe. Questo non è un dramma sentimentale da inquadrare in schemi di gelosia e di mancata educazione; è violenza pura radicata in ambienti dove il ricorso alle armi è tanto frequente da essere assolutamente accettabile. Atif peraltro portava sovente il coltello a scuola e aveva già minacciato almeno un altro ragazzo.

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha sottolineato come l’aumento delle violenze in Italia sia legato a fenomeni di marginalità derivanti dall’immigrazione irregolare, non da un presunto “patriarcato” defunto da decenni. Non è xenofobia ammettere che, in assenza di politiche di assimilazione efficaci, certi background culturali importano modelli di risoluzione conflittuale attraverso la forza. Peraltro il giovane omicida aveva maturato idee radicali, avvicinandosi molto a posizioni antisemite e chiedendo addirittura alla sua professoressa cosa si provasse ad uccidere qualcuno.

Eppure, una narrazione distorta domina il dibattito, attribuendo questi atti a “patriarcato” o deficit educativi sull’affetto e la sessualità. È un errore grave, che distoglie dall’affrontare il problema reale e esonera chi commette crimini dalle proprie responsabilità. Basta citare Silvia Salis, sindaca di Genova, che nel novembre 2025 ha promosso corsi di educazione sessuo-affettiva persino negli asili, legandoli alla lotta contro la violenza di genere. Sulla vicenda avvenuta a La Spezia Salis sostiene che non servano i “decretini” repressivi ma che serva educare. Ma davvero pensiamo che una lezione in più su cosa significhi avere una fidanzata avrebbe fermato quel ragazzo dal compiere quest’atto criminale? Il problema è molto più a fondo. Questa visione idealistica ignora che la violenza di La Spezia non nasce da ignoranza sui temi affettivi, ma da impulsività e dalla cultura del dominio personale, amplificata da contesti migratori precari.

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Degno di menzione è anche Parolin, Segretario di Stato Vaticano. Secondo lui per i giovani come Atif che (citando una delle prof) “hanno l’abisso dentro”, non serve la repressione. Serve educare. Quindi, in poche parole, se manca la sicurezza è colpa del Governo; se il Governo tenta di rendere più efficaci le misure di sicurezza invece è repressione e quindi è colpa del Governo. Quindi l’esecutivo come fa sbaglia. Bisogna anche dire che i giovani italiani di seconda generazione sembrano avere un salvacondotto culturale tale per cui anche se si macchiano di crimini infami vanno raccolti e compresi, mai condannati.

La verità è che anche in questo caso tanti distolgono lo sguardo dall’elefante nella stanza. A 18 anni nel 2026 sei una persona adulta, e se ti macchi di un crimine del genere è perché sei una persona che ha ricevuto, prevalentemente tra le mura domestiche, un’istruzione talmente insufficiente da spingerti a pensare che le divergenze tra coetanei si risolvano accoltellando. Davanti a un ragazzo morto, però, abbiate quantomeno la decenza di non parlarci di patriarcato.

Alessandro Bonelli, 21 gennaio 2026

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