Le toghe alla guerra contro il governo

Fermi cancellati, maxi risarcimenti alle Ong e conto agli italiani: la giustizia diventa l’opposizione più efficace

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meloni palazzo chigi

C’è un filo rosso che lega le ultime decisioni dei tribunali italiani in materia di immigrazione. Un filo che non ha nulla di tecnico, nulla di neutro, e che somiglia sempre più a una presa di posizione culturale prima ancora che giuridica. Perché quando la giustizia comincia sistematicamente a smontare i provvedimenti dello Stato in un’unica direzione, forse è legittimo farsi qualche domanda.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una sequenza che definire singolare è poco. Il tribunale di Agrigento ha sospeso il fermo della nave tedesca Sea-Watch 5. Il tribunale di Genova ha annullato i provvedimenti contro la Geo Barents, nave battente bandiera norvegese, fermata dopo lo sbarco di 206 migranti il 23 settembre 2024. E poi, ciliegina sulla torta, il tribunale di Palermo ha stabilito che lo Stato italiano dovrà versare 76mila euro alla Ong tedesca Sea-Watch 3 per i costi sostenuti durante il fermo del 2019, quello successivo al celebre sbarco forzato a Lampedusa.

Parliamo della nave che, sotto il comando di Carola Rackete, forzò il blocco navale della Guardia di Finanza e arrivò fino al porto di Lampedusa dopo giorni di tensione. Oggi quella stessa organizzazione ottiene un risarcimento perché la prefettura non rispose all’opposizione presentata il 21 settembre 2019. Silenzio-accoglimento: non hai risposto? Paghi. Settantaseimila euro. E arrivederci.

È un dettaglio tecnico, certo. Ma è anche la fotografia di uno Stato che si muove con la burocrazia lenta e che poi viene chiamato a saldare il conto. Nel frattempo la politica cambia, i governi si alternano – all’epoca c’era il Conte 2 e al Viminale sedeva Luciana Lamorgese – ma a pagare è sempre il contribuente. Il caso della Geo Barents è ancora più emblematico. Due provvedimenti di fermo, uno da 60 giorni in base al cosiddetto Decreto Piantedosi per non aver rispettato le istruzioni della guardia costiera libica durante un soccorso del 19 settembre, e un secondo fermo dopo un’ispezione che aveva rilevato otto carenze tecniche. Tutto cancellato. Come se nulla fosse.

Il punto centrale è sempre lo stesso: l’obbligo di coordinarsi con il Paese responsabile della zona Sar. L’operazione si è svolta in acque internazionali, ma in quella che il diritto internazionale riconosce come area Sar libica. La Libia è formalmente titolare di quella zona di ricerca e soccorso. È un dato giuridico, non un’opinione. Eppure le Ong, quando si tratta di quella porzione di mare, decidono di non riconoscerla, sostenendo che Tripoli non garantisce il rispetto dei diritti umani. In questo caso la Ong ha ammesso di non aver dato comunicazione alla Libia “viste le continue violazioni dei diritti umani”. E per i giudici va bene così. Di fatto, sospendendo il fermo per violazione dell’obbligo di comunicazione, si legittima la scelta unilaterale della nave. Si crea un precedente politico, prima ancora che giuridico: se ritieni che uno Stato non sia adeguato, puoi ignorarlo.

Il problema è che il diritto internazionale non funziona a fasi alterne. Non si può invocarlo quando fa comodo e metterlo tra parentesi quando ostacola la propria missione. Se la Libia è riconosciuta come responsabile di un’area Sar, lo è per tutti. Anche per chi non ne condivide la qualità democratica.

Intanto le Ong tedesche – le più attive nel Mediterraneo centrale – festeggiano. “Presto torneremo nel Mediterraneo e saremo pronti a supportare le persone in transito”, hanno annunciato con comprensibile soddisfazione dopo due pronunce favorevoli nello stesso giorno. Del resto, quasi tutte le navi della flotta civile che operano in quell’area battono bandiera tedesca. E secondo quel diritto internazionale tanto evocato, la nave è estensione dello Stato di bandiera.

Qui si apre un’altra questione, che nessuno vuole affrontare seriamente. Se la nave è territorio tedesco, il primo approdo naturale dovrebbe essere la Germania. Certo, è complicato pretendere che si faccia rotta su Amburgo o Brema. Ma esistono soluzioni intermedie: sbarco in Italia con garanzia formale che Berlino si faccia carico dei migranti trasportati da navi battenti la propria bandiera. Anche perché molte di queste organizzazioni sono state finanziate dal governo tedesco e continuano a ricevere fondi da enti privati tedeschi.

E mentre le Ong ottengono risarcimenti e annullamenti, arriva un’altra notizia destinata a far discutere: la condanna dell’Italia a risarcire un clandestino con 23 precedenti penali. Ventitré. Non uno, non due. Ventitré. Anche qui la questione sarà tecnica, giuridica, formalmente ineccepibile. Ma il messaggio che passa è devastante: lo Stato sbaglia, paga; chi entra illegalmente, anche con un curriculum criminale importante, può ottenere tutela e risarcimento.

La sensazione è che la magistratura stia assumendo un ruolo di supplenza politica. Che non si limiti a valutare la legittimità formale degli atti, ma che finisca per incidere sull’indirizzo complessivo delle politiche migratorie. I decreti sicurezza vengono sistematicamente erosi. I fermi amministrativi diventano carta straccia. Le sanzioni si trasformano in risarcimenti. Non è un attacco ai giudici. È una constatazione. Quando le decisioni si allineano tutte in una direzione, quando la bilancia pende costantemente verso lo stesso lato, il sospetto di un orientamento ideologico non è una bestemmia, ma una domanda legittima.

Perché alla fine il nodo è tutto qui: chi decide la politica migratoria di un Paese? Il Parlamento e il governo, eletti dai cittadini, o una giurisprudenza che passo dopo passo smonta quell’impianto? Se la risposta è la seconda, almeno diciamolo chiaramente. E soprattutto, spieghiamolo agli italiani che, oltre a gestire gli sbarchi, ora devono anche pagare i risarcimenti.

Franco Lodige, 20 febbraio 2026

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