Ma che senso hanno i balletti tra Donald Trump e Vladimir Putin: prima quello consumato in Alaska e poi quello annunciato e revocato a Budapest? Entrambi i “ballerini” non si rendono conto di pagare un alto prezzo di credibilità (moneta preziosa sulle scene globali) per le loro inconcludenti esibizioni?
Uno spettacolo così imbarazzante mi pare non possa derivare se non da un qualche errore di valutazione probabilmente sia da parte russa, sia da parte americana. Forse Trump ha considerato Putin una sorta di emiro del Qatar alla ricerca di affari e quindi da convincere facilmente con qualche buona proposta commerciale. Mentre in realtà a Mosca dominano pulsioni ideologiche che un po’ come per Hamas (realtà solo paradossalmente comparabile alla Russia) prevalgono sugli interessi del proprio popolo e preparano esiti idealistico-criminali tipo appunto quelli dei fondamentalisti palestinesi.
Forse Putin, invece, ritiene Trump strategicamente debole -come Yaha Sinwar considerava l’isolabile Israele- perché non può decidere senza un’Europa sull’orlo del caos, e pensa di poter utilizzare questa fragilità strutturale a lungo e in largo. In realtà l’incertezza di Trump non dipende dalla debolezza degli alleati largamente compensata dalla potenza globale degli Stati Uniti (anche i terroristi gazawi e i loro padroni iraniani d’altra parte hanno tragicamente sottovalutato la forza “in sé” dello Stato ebraico) quanto dalla speranza, forse ora considerata con maggiore senso critico, di separare Mosca da Pechino e contenere così un egemonismo cinese strategicamente più difficile da contrastare di un tardo imperialismo simil-zarista dai mezzi abbastanza limitati.
In questo quadro così confuso, una via di uscita alla fine potrebbe essere determinata dal fatto che le prossime scelte cinesi saranno particolarmente influenzate dall’accordo del Cairo del 14 ottobre su Gaza. Pechino, infatti, non vuole contrapporsi ai turchi giocatori strategici sella partita sulla Via della Seta (ancor di più ora con un Iran ormai a pezzi), ha comunque bisogno dei sauditi per le sue politiche energetiche, teme il ruolo dell’Egitto in un’Africa ampiamente ma non saldamente cino-dipendente, si rende conto di non poter più ostacolare il corridoio economico India-Medio Oriente-Mediterraneo (lanciato nel settembre del 2023 e bloccato dalla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre dello stesso anno) e che quindi dovrà fare i conti con il pur inviso avanzare di Nuova Delhi sulla scena mondiale.
Questo potrebbe (viviamo, però, in uno scenario internazionale così privo di equilibrio, che può succedere di tutto) essere l’esito del prossimo incontro tra Trump e Jinping in Corea del Sud. Anche le reazioni cinesi alle nuove sanzioni sul petrolio russo -largamente simboliche: ma si sa quanto i simboli contino nella politica di Pechino- indicano che potremmo avere qualche novità in questo senso. E, dunque, se alla fine il nuovo Impero celeste assumesse un atteggiamento verso una Mosca/Hamas simile a quello di un Qatar rispetto ai fanatici fondamentalisti palestinesi (peraltro a lungo finanziati da Doha), non ne sarei sorpreso.
Naturalmente, poi, la convergenza tra Europa e Stati Uniti diventerà ancora più decisiva (ma non per questo facile) per gestire senza slabbrature un’eventuale intesa di massima tra Xi e Donald, probabilmente piena di egoismi, ambiguità e insidie.
Lodovico Festa, 27 ottobre 2025
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