L’idea pericolosa di Conte: “sequestrare” la CO2

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Le cronache informano della messe di stravaganti dichiarazioni cui si è abbandonato, more solito, il presidente del Consiglio, a conclusione degli Stati Generali. Oggettivamente Conte si è rivelato un formidabile venditore di fumo. E non solo in senso metaforico: tra i suoi annunci v’è stato anche quello della costruzione, al largo di Ravenna, «dell’impianto di stoccaggio di CO2 più grande del mondo», in modo da avere, continua Conte criptico, «energia blu e idrogeno integrale», che nessuno sa cosa siano. Proviamo ad indovinare.

L’interesse per l’idrogeno come combustibile nascerebbe da due esigenze: ridurre la dipendenza dal petrolio e dai paesi che lo detengono e, per misteriose ragioni, frenare l’attuale immissione di CO2 in atmosfera. L’idrogeno, H2, non esiste sulla Terra. Bisogna produrlo. Se lo fosse come lo è tuttora, e cioè bruciando combustibili fossili e quindi producendo CO2, si potrebbe pensare di essere così nella conveniente condizione di aver concentrato in pochi luoghi – quelli di produzione dell’idrogeno – il compito di rimuovere la CO2. Alla tecnologia a larga scala che realizzerebbe codesta rimozione è stato dato lo speranzoso nome di “sequestro” della CO2: un battesimo, però, celebrato prima ancora del felice evento, visto che tale tecnologia praticamente non esiste. Per la verità una dozzina di tali impianti nel mondo ci sarebbero, ma sono minuscola cosa, visto che quello che vorrebbe essere, secondo Conte, «il più grande del mondo», avrebbe la capacità di sequestrare la CO2 che l’Italia produce in un anno appena. Dopo di che, fine della festa.

Pompare alte concentrazioni di CO2 nelle profondità di siti marini o geologici – ancorché rischioso – è sempre possibile, ma il gas verrebbe prima o poi risputato fuori, come sa chiunque ha mai lasciato aperta una bottiglia di gazzosa. Il rischio nasce dal fatto che l’espulsione del gas potrebbe avvenire più prima che poi, cioè violentemente. Come avvenne il 26 agosto del 1986 quando dal lago Nyos, nel Camerun, esplosero migliaia di tonnellate di CO2, che per ragioni naturali si era spontaneamente auto-sequestrata sotto i fondali del lago: quel giorno, 1700 abitanti sulle rive del lago morirono asfissiati. Ironia vuole che siano in atto programmi di dissequestro (cioè d’immissione volontaria nell’atmosfera) di CO2 in quei casi, come quello del lago Nyos, ove ragioni di sicurezza lo richiedono.

Bisognerebbe allora trasformare la CO2 in un composto solido e stabile, e ciò vuol dire trovare un reagente adatto. La scelta non è ampia, ma il reagente adatto ci sarebbe: ad esempio, l’ossido di magnesio (MgO) potrebbe formare carbonati solidi e stabili. Ma bisogna essere consapevoli delle dimensioni dell’intera operazione che richiede di localizzare, estrarre, trasportare, e attivare decine di miliardi di tonnellate l’anno del minerale contenente MgO, farlo reagire con la CO2 e poi seppellire decine di miliardi di tonnellate l’anno del risultante carbonato.

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2 Commenti

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  1. @Fabrizio Croccolo
    Grazie per la precisazione.
    Mi chiedo se durante quelle centinaia/migliaia di anni durante i quali si formano i carbonati solidi cui lei si riferisce, la CO2 non possa liberarsi.
    Anche se la risposta fosse no, l’intera operazione ha qualitativamente e quantitativamente impatto pressoché nullo sul (presunto) problema.

  2. Gentile Sig. Battaglia,
    Mi perdoni ma devo sottolineare che nel suo articolo ci sono diverse imprecisioni. La più grave, mi sembra, è quella di affermare che “il gas verrebbe prima o poi risputato fuori, come sa chiunque ha mai lasciato aperta una bottiglia di gazzosa.” Questo non è assolutamente vero ed il paragone non è applicabile. Per sequestrare o stoccare la CO2 nel sottosuolo, viene scelto un sito geologico con caratteristiche molto particolari. La CO2 viene iniettata tra strati di rocce con diverse caratteristiche e si muove in un materiale poroso con cui interagisce. Sebbene in una prima fase la CO2 allo stato supercritico si muove verso l’alto, contenuta da uno strato di roccia di tipo ‘cap rock’, quando viene a contatto con uno strato di roccia imbevuto di acqua salata, la CO2 inizia a dissolversi nell’acqua e forma uno strato di liquido più denso dell’acqua stessa, per cui, dopo un certo tempo, precipita nell’acqua. Aspettando ancora un po’ (centinaia/migliaia di anni), inizia poi ad interagire con la struttura porosa della roccia formando cristalli solidi che non si muoveranno più. Nel caso della gazzosa da lei citato, la CO2 allo stato gassoso risale per effetto della forza di Archimede in forma di bollicine non appena rilasciata dal liquido che la contiene.

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