Qui al bar abbiamo anche qualche cliente abbastanza adulto da ricordarsi i tempi nei quali il presidente della Repubblica, che adesso è diventato una specie di dogma di fede, si poteva persino criticare, ovviamente su gentile concessione della sinistra e dei comunisti.
Un signore, la nostra memoria storica della Prima Repubblica, ha appreso che l’opposizione si è indignata per le rivelazioni della Verità, secondo cui un consigliere di Sergio Mattarella, Francesco Saverio Garofani, brigherebbe per mettere i bastoni tra le ruote a Giorgia Meloni e impedirne la futura ascesa al Colle. E visti gli attacchi a Galeazzo Bignami di Fdi, che si era permesso di chiedere una smentita al Quirinale, davanti a un cappuccino quest’uomo gentile ci ha intrattenuti raccontandoci di quando la sinistra, che adesso archivia persino la recente crociata per la libertà di stampa, sostenendo che il giornale di Maurizio Belpietro la userebbe come un paravento, i presidenti della Repubblica li bersagliava senza remore.
Il trattamento peggiore lo ricevette forse Francesco Cossiga, che un po’ ci mise del suo facendo il “picconatore”, ma che i progressisti arrivarono a bollare come un eversore. E non si curarono certo della sacralità del suo incarico. Se la vide brutta pure Giovanni Leone, ingiustamente coinvolto nello scandalo delle tangenti Lockheed e accusato di avallare i metodi autoritari dei democristiani. Per non parlare di Antonio Segni, ai tempi del “piano Solo”, dei progetti per un colpo di Stato e della lite con il socialdemocratico Giuseppe Saragat e il dc Aldo Moro, quando fu colto da un ictus. Sì: all’epoca, ai presidenti, si poteva persino far venire un ictus. Figuriamoci criticarli. Non potevo fare molto per ringraziare il nostro cliente delle preziose informazioni: gli ho offerto un caffè.
Il Barista, 19 novembre 2025
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