Politica

L’inquietante segnale dei pm: volevano sbattere in galera Sansonetti

Poco dopo l'esito del referendum, l'inammissibile richiesta del pm contro il direttore dell'Unità

pietro sansonetti Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Ieri pomeriggio, 24 marzo 2026, nell’aula del Tribunale di Lodi si è consumato un fatto gravissimo. Il pm ha chiesto per il giornalista Piero Sansonetti una condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per diffamazione a mezzo stampa nei confronti dell’ex magistrato e ora Senatore in quota M5S Roberto Scarpinato. Sì, avete letto bene: la galera ad un giornalista con l’accusa di diffamazione.

Da tempo Sansonetti si occupa della storia dei fascicoli “Mafia e appalti” che vide protagonista Borsellino, sollevando dei dubbi in merito alla gestione di essi prima della strage di via D’Amelio. Uno degli ex magistrati a cui Sansonetti ha spesso rivolto delle domande è proprio Scarpinato che, sentendosi offeso, ha deciso di querelare il giornalista oggi direttore de L’Unità. Non entriamo nel merito dei fatti, che non ci interessano.

Sono il tempismo e la posizione del Pubblico Ministero a rendere questa vicenda giudiziaria inquietante. La richiesta scandalosa e fuori da qualsivoglia equilibrio giunge due giorni dopo la fine di un referendum per il quale Sansonetti si era esposto in prima persona come convinto sostenitore del Sì. Un referendum che ha diviso il Paese e che ha visto il fronte del No guidato da magistrati col coltello fra i denti usare toni da guerra.

La richiesta del Pm contro Sansonetti è inammissibile. E lo afferma la Corte Costituzionale: con la sentenza n. 150 del 2021 la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 13 della legge sulla stampa (n. 47/1948) nella parte in cui imponeva obbligatoriamente la pena detentiva per la diffamazione aggravata a mezzo stampa. La motivazione è limpida: una condanna al carcere per un giornalista contrasta con l’articolo 21 della Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La libertà di stampa, ha ricordato la Corte, è un pilastro della democrazia. Condannare al carcere un giornalista per critiche a un magistrato (soprattutto quando le accuse riguardano fatti di interesse pubblico come la presunta archiviazione di un’inchiesta mafia-appalti) significa asservire completamente il giornalista e il giornalismo al potere della magistratura.

Eppure il pm ha chiesto il carcere. Tre anni e mezzo. E il fatto che non sia stata accolta dal giudice non giustifica in alcun modo la richiesta proveniente da un sistema che da 48h sa di avere la legittimazione della maggior parte del paese e pare ancora più incattivito e ringalluzzito di quanto già non fosse.

Lo scandalo nello scandalo? Nessuno ne parla. I quotidiani tacciono, le tv tacciono, gli intellettuali tacciono. Gli amanti della Costituzione davanti a un giornalista a riscio galera tacciono. Ma il tetro tentativo di bavaglio a Sansonetti non è un fatto marginale, non è una bega trascurabile fra un giornalista scomodo e un Senatore potente. Appare più come un segnale preciso che si vuole trasmettere: da due giorni chi critica la magistratura, chi ha sostenuto la riforma, chi ha osato “tirare la rete” dalla parte sbagliata, probabilmente rischia grosso.

E quindi questa vicenda riguarda tutti noi. Non solo chi scrive, chi si espone, chi non abbassa la testa. Se un pm può chiedere il carcere per un articolo, non è forse la libertà di stampa ad essere in pericolo? Non dicevano così i soliti commentatori di fronte alle querele di Giorgia Meloni e Salvini contro Saviano? E in questo caso, significa che il silenzio dei giornali, dei colleghi, è un’altra grande sconfitta. Se ieri è toccato a Sansonetti, è molto più probabile che domani toccherà a chiunque altro.

Alessandro Bonelli, 26 marzo 2026

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