Cultura, tv e spettacoli

L’Italia perversa, caotica e sognatrice. Vi racconto le gemelle Kessler

Le due sorelle hanno sempre vissuto come tutti i divi. Erano il sogno di un Paese ancora terrone e provinciale. Stavolta gli Anni '60 son finiti davvero

Kessler
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Adesso gli anni Sessanta sono proprio finiti. Alice ed Ellen, “le Kessler”, senza gemelle, che non serviva, a quasi 90 anni non hanno voluto neanche aspettare l’ultimo Natale, troppo pieno di assenze, di fantasmi di memoria aggrappati alle tende, troppo disperato per loro, troppo piccolino ormai e in casa, a Monaco, si sono sparate l’eutanasia in vena, insieme, in sincronia, come per tutta la vita, e sono andate.

Adesso via l’ultima evocazione dei Sessanta in bianco e nero con troppi colori, le lunghe gambe fasciate che gettavano panico in Vaticano, Alice ed Ellen e Alberto Sordi, Alice ed Ellen e la rivista, e il cinema, e la televisione, Alice ed Ellen e Mina, Alice ed Enrico Maria Salerno, Ellen e Umberto Orsini che ancora gira in tournée con l’ultimo spettacolo dove porta se stesso, la sua infinita partita con la vita, ma le Kessler, le Kessler che l’Italia ingenua e perversa di sessant’anni fa se le sognava, insieme, in un letto, ah maschio italico porco frustrato, o magari solo in un passetto di danza, le Kessler che erano “tetesche ti Cermania” ma fin troppo italiane. Che avevano spruzzato un po’ di esotismo nell’Italia protoindustriale, terrona, polentona, che si gettava nelle fontane per Rivera e Mazzola, Italia e Germania, Brasile e amarezza, Messico e nuvole. Le Kessler che se c’erano loro era sabato sera. E, che lo sappiate o no, avevano continuato a fare spettacolo fino a dieci anni fa. Fino a ottant’anni. “Ellen è stata vent’anni con Umberto, io con venti uomini in un anno”.

Han sempre vissuto così i divi. Liberi. Dissoluti. Pazzi. Felici nella disperazione. Amanti tanti, flirt a piovere, ma il vero amore era tra le due gemelle così uguali che si confondevano e loro si divertivano a confondere, anche se l’occhio attento le distingueva, una appena più spigolosa, più tedesca, l’altra col sorriso appena più sensuale, malizioso: chi delle due si faceva 2 uomini al mese, più o meno?

Ed erano due ed erano una e, a loro modo, potevano fare tutto: la rivista, le Blue Bell, cantare, danzare, condurre, teatro, cinematografo, televisione, Studio Uno e Dadaumpa, Dio che cazzata di sigla, ma era sabato, erano gli anni Sessanta, era l’Italia che andava in vacanza, che imparava il benessere e le sue perversioni, ancora provinciali, ingenue, ma non così ingenue. Non troppo ingenue.

Italia di misteri, colpi di Stato da operetta ma stragi vere, terribili, quella corrente malsana che corre sotto il boom, che prepara oscurità, sangue e piombo, ma poi Milano è bella, Roma è eterna, si balla il dadaumpa, si finge di star bene, di essere felici, la 850 che già se ti nasce un bambino non basta più, il Duetto, l’Osso di Seppia dell’Alfa per fare gli sboroni, “l’orrenda festosa città luna park dell’Italia caotica e speranzosa del boom” come dice Giorgio Bocca e dai che si va tutti al mare, dai che è sabato e ci sono le Kessler.

Le gemelle per antonomasia, se in Italia due hanno l’avventura di essere gemelle, subito si sentono dire: ah, come le Kessler. Sono figlio di una gemella e anche mia madre non si distingueva da mia zia. Venivano su dalla Bassa mantovana che sapevano far niente, ma erano così ingenue e carine, così anni Sessanta, così coetanee delle Kessler, così gemelle che le prendevano in ufficio a far niente. “Ah che carine che siete, vestite uguali, sembrate due bei gelati”. E loro stavano alla Tradex che confinava con le Messaggerie, a Milano, e comandava uno che non ricordo e non posso più chiederlo a mia madre, ma di lì passavano tutti e ci passava la Mina, non ancora Mina ma già Baby Gate, e ci passava Nicola Arigliano che le salutava: “Come stanno oggi le mie Kessler?”. E loro non ci sapevano fare con gli uomini, mica venivano da Monaco, dalle Blue Bell, loro erano di Gonzaga, terra fertile e porcilaie, ed erano salite a cercar fortuna a Milano, via dalla calda puzza di letame, come stanno oggi le mie Kessler? E un giorno Nicola Arigliano arriva tutto rannuvolato, preoccupato, che c’è Nicola? C’è che devo fare da padrino al mio amico Franco Cerri, ve lo ricordate, il jazzista, ma soprattutto l’uomo in ammollo del Bio Presto che si può citare perché tanto non c’è più, e devo fare da padrino a suo figlio ma bisogna sapere il Credo e io non lo so il Credo, è lungo il Credo e allora non me lo fanno fare il padrino. E allora le sue Kessler, mia madre e mia zia, si mettevano di buona pazienza ad insegnarglielo, dai Nicola, ripeti con noi, “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra…”, sì ma è difficile, più difficile che imparare una canzone, ecco, bravo Nicola, fai finta che sia una canzone, ancora, e ancora, e ancora, per una settimana ma lui il lunedì mattina si faceva vedere raggiante, com’è andata? Benissimo, ho recitato tutto il Credo a memoria e sono stato padrino. Un figurone!

E tanta vita dopo Arigliano viene a Porto San Giorgio a cantare e mia madre vorrebbe andare a salutarlo ma non osa, mio padre è già molto malato ma è lui che dice ma sì Marisa andiamo, e vanno e lui è lì che prova e mia madre più timida di allora Dio sa come trova il coraggio, Nicola! Nicola! Sono Marisa, ricordi? Ricordi le tue Kessler che ti insegnavano il credo? E lui, cooome no!, cooome no! Ma non ricordava, era bevuto, non stava più in piedi, e mia madre a casa piangeva piano, perchè è lì che le vite finiscono. Niente più Kessler in copia e neanche vere: si guardano e partono per l’ultima coreografia, agghiacciante, come in uno specchio due aghi in due vene nello stesso volto che si guarda e in un attimo si addormentano e questa volta gli anni Sessanta sono andati sul serio.

Max Del Papa, 18 novembre 2025

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