Ci aveva già provato Giovanni Paolo II a ricucire, ma era in pratica un dialogo tra sordi. Eppure, lui ci sperava e aveva lottato fino alla fine. Sapeva che non pochi tra l’alto clero erano per abbandonare i c.d. tradizionalisti al loro destino e, anzi, erano quasi contenti di liberare la Chiesa da quelli che loro consideravano zavorra e poi papa Bergoglio avrebbe stigmatizzato come “rigidi” e “indietristi” inutilmente abbarbicati a un passato di trine e incensieri.
Circolava, al tempo del fallimento di Wojtyla, un aneddoto che non so quanto vero ma che fotografa la situazione. Poiché quasi piangeva, un prelato presente gli disse che, insomma, non era il caso di prendersela più di tanto, e lui gli chiese di scatto se aveva idea di che cosa fosse uno scisma per un papa. Certo, c’è papa e papa, tant’è che, in una delle tante interviste in jet, fu chiesto a Francesco Primo e a tutt’ora Ultimo se a furia di innovare, tra Pachamame e modifiche al Padrenostro, non paventasse qualche scisma. Rispose senza scomporsi: “Non lo temo”. Certo, tuttavia, lo teme Prevost, che arriva a supplicare i lefebvriani di recedere dal loro proposito di consacrare vescovi, il che sancirebbe ufficialmente uno scisma. Ovviamente, Leone XIV sa perfettamente che, nei fatti, lo scisma c’è già, e da decenni, ma la mossa dei tradizionalisti (termine ambiguo e pure fuorviante) ne sancirebbe una specie di punto di non ritorno.
In realtà, una consacrazione vescovile la fece già lo stesso monsignor Léfebvre, quando, dopo annosi tira-e-molla con la Curia, sbatté la porta perché, dichiarò, lo stavano prendendo in giro. Va anche detto che, quelli, eran tempi in cui scorrazzavano impuniti preti modernisti, progressisti, divorzisti e pure comunisti. Tanto che Paolo VI, l’”amletico”, lamentava l””autodemolizione della Chiesa”, nella quale da qualche spiraglio era penetrato “il fumo di Satana”. E che dopo il Concilio sperava in una fulgida primavera, invece era venuta la tempesta. Sì, però l’unica volta che prese provvedimenti fu a carico di Lefebvre, che era per giunta un vescovo. La diatriba sul Concilio Vaticano II da allora non si è più interrotta. Non era un Concilio “dogmatico”, ma solo “pastorale”. Bene, ma allora perché è considerato intoccabile? Se un Bergoglo si permette tranquillamente di modificare a suo libito il Paternoster, che è la sola preghiera insegnata direttamente da Cristo, e nessuno fa una piega, perché le pieghe, i plissé e gli stropicci vengono fatti a proposito di un Concilio solo pastorale?
È quel che dicono i c.d. tradizionalisti, ma si trovano di fronte sempre muri d’acciaio, con prelati che dicono, testuale: piuttosto che dire messa davanti a un muro mi sparo. E la messa non è che la punta di iceberg della annosissima polemica. Benedetto XVI cercò di mediare liberalizzando la messa old style e, a proposito dell’interpretazione del Concilio, suggerì la “ermeneutica nella continuità”. Che era cercare di salvare capra e cavoli, ma neanche questa gli riuscì perché le posizioni si erano ormai cristallizzate e, per certe teste mitrate, era diventata una questione di principio. Infatti, per l’altra sponda, non era solo questione di messa, ma anche di “ammucchiate” (cito) di Assisi, nelle quali il cattolicesimo diventata uno dei tanti, indifferenti modi di avere a che fare con Dio. E c’erano anche “religioni”, come il buddismo per esempio, che non erano nemmeno religioni.
Le timide aperture di Ratzinger furono immediatamente richiuse e, per sicurezza, sigillate da Bergoglio. Ora, fortunatamente, Prevost prova a vedere come uscire dall’impasse. Auguri. Anche perché sa bene che i seminari secondo la Tradizione (della Chiesa) traboccano mentre gli altri chiudono per mancanza di frequentatori. La messa con l’antico rito è sempre più richiesta, e in tutta la cattolicità, compreso nei suoi Usa. Eppure, qualche lungimirante aveva già dall’inizio tutti gli elementi per immaginare il seguito. Quando Lefebvre subì l’inpeachment, la principessa Elvira Pallavicini gli mise a disposizione i saloni del suo palazzo romano perché dicesse la sua. L’affollamento fu tale che, fuori, ci volle la polizia a disciplinare l’accesso. Non solo: l’élite artistica inglese, Agatha Christie in testa, chiese e ottenne il mantenimento della vecchia messa sul suolo britannico. Niente, temo che Prevost dovrà aspettare il trapasso degli ottanta-novantenni per i quali il Concilio è un tabù. Solo dopo, forse, si potrà ragionare.
Rino Cammilleri, 1° luglio 2026
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