Nel valutare le dichiarazioni rese oggi da Sergio Mattarella di fronte al corpo diplomatico, bisogna fare un salto indietro. Di due giorni. Bisogna tornare al colloquio di novanta minuti fra Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky, avvenuto a Palazzo Chigi, soprattutto ai retroscena che hanno dipinto un quadro molto più complesso di quello restituito dalle note ufficiali. Dietro la retorica dell’“incontro costruttivo”, sono emerse (e mai smentite) le pressioni fatte della premier italiana che avrebbe chiarito al presidente ucraino la necessità “di prepararsi a scelte difficili”.
Secondo le indiscrezioni filtrate da Palazzo Chigi, Meloni avrebbe infatti messo sul tavolo una verità che gli alleati americani stanno da settimane facendo filtrare: «Considera che alcune concessioni dolorose forse sei costretto a farle». Una frase che sintetizza il nuovo clima di realismo strategico che attraversa l’Europa, sospesa tra la stanchezza dell’opinione pubblica, le pressioni di Washington e la fragilità politica dello stesso Zelensky, indebolito — come osservano fonti italiane — dalle inchieste sulla corruzione interna. Il confronto non è stato semplice: Kiev ha presentato una vera e propria “lista della spesa” all’Italia, lamentando ritardi sullo sblocco di asset russi congelati, sulle forniture militari e sulla partecipazione ai programmi europei di supporto. Allo stesso tempo, Zelensky ha chiesto a Meloni di tentare un’opera di moral suasion su Donald Trump, mentre la premier avrebbe ribadito la necessità di mantenere un ruolo costruttivo ma pragmatista nei negoziati guidati dagli Stati Uniti. Tradotto: Trump vuole la pace a tutti i costi e qualche concessione bisogna farla. Anche a livello territoriale a Mosca. Perché il rischio è che gli Usa smettano di sostenere Kiev la quale non può certo fare affidamento solo sull’Europa, incapace di reggere il colpo di una lunga guerra con Putin.
È in questo contesto, già complesso, che arrivano oggi le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciate al Quirinale durante gli auguri con il Corpo Diplomatico. Un intervento solenne, ma che — letta alla luce del colloquio Meloni-Zelensky — sembra collocarsi su una linea diametralmente opposta rispetto alle aperture della premier verso una trattativa realistica.
Mattarella ha infatti ribadito in modo netto che «l’Europa e l’Italia restano saldamente al fianco dell’Ucraina e del suo popolo, con l’obiettivo di una pace equa, giusta e duratura, rispettosa del diritto internazionale, dell’indipendenza, della sovranità, dell’integrità territoriale, della sicurezza ucraine». Un riferimento esplicito all’integrità territoriale che, inevitabilmente, suona come una smentita implicita di qualsiasi ipotesi di concessione territoriale — anche se frutto di pressioni negoziali internazionali.
Il Presidente ha anche affermato che «non può essere muovere guerra per fare la pace: è paradossale», aggiungendo che «appare insensata la pace evocata da chi, muovendo guerra, pretende di imporre le proprie condizioni». Parole che rimettono al centro una concezione rigidamente legalistica della soluzione del conflitto, che mal si concilia con la linea di realpolitik che, secondo le fonti, Meloni avrebbe condiviso con Zelensky. Un passaggio particolarmente significativo è quello in cui Mattarella denuncia l’azione delle potenze autoritarie: «un protagonista della comunità internazionale, la Federazione Russa, ha sciaguratamente scelto di stravolgere le regole ripristinando con la forza l’antistorica ricerca di zone di influenza, di conquista territoriale, di crudele prepotenza delle armi».
E ancora: «va respinta l’ipotesi che si possa costruire un nuovo ordine internazionale fondato sulla sopraffazione, sulla violenza, sulla guerra, sulla conquista». Sul piano politico, il contrasto è evidente: mentre la premier apre la porta alla necessità di “concessioni dolorose”, il Quirinale riafferma l’immutabilità dei principi — integrità territoriale in primis — che renderebbero impraticabile qualunque compromesso realistico con Mosca.
Il risultato è un’Italia che si presenta con due voci diverse nello stesso giorno: una, quella del governo, alle prese con un negoziato difficile, incardinato nella pressione americana e nella necessità di salvare l’esistente; l’altra, quella del Presidente della Repubblica, che fa valere la linea ideale, ma rischia di apparire fuori dal perimetro concreto in cui si stanno muovendo gli alleati occidentali. Un dualismo che pesa, e che rischia di complicare ulteriormente la posizione italiana proprio nel momento più delicato del negoziato.
Franco Lodige, 12 dicembre 2025
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@ Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


