in

L’Oms si rimangia pure il saluto col gomito

Dimensioni testo

Incontrarsi e dirsi addio. Sottotitolo: Tedros Adhanom Ghebreyesus ha colpito ancora. Il mercuriale direttore dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità che poi è una succursale di Pechino, ne ha escogitata un’altra: vietato salutarsi in punta di gomito, si piglia il Covid. Dopo mesi in cui ci siamo abituati ai ridicoli balletti dei politici che ballavano il dadaumpa ai convegni, ai vertici, alle riunioni istituzionali, scopriamo che gli è tutto sbagliato, tutto da rifare: che razza di morbo terribile è quello che si propaga pure via epicondilo laterale? Attraverso la maglia della salute, la camicia, la giacchetta? Peggio il gomito del paziente che quello del tennista? L’Oms forse gioca all’allegro chirurgo, ma i sintomi di una pericolosa alienazione posturale ci sono tutti: no alle strette di mano, siete matti, contagiano; guai all’abbraccio, criminali, è infezione sicura; nessuno si azzardi a sbaciucchiarsi, equivale a una bomba virale; adesso pure darsi di gomito è un comportamento sconsiderato: fatto fuori anche Maupassant che scriveva degli indifferenti che “per le vie di Parigi passano nello sfiorarsi dei gomiti”. Che ci resta?

L’Oms la butta sul patriottico: meglio mettersi la mano sul cuore, come Julio Iglesias quando canta “pensami, con il Covid e con la mente, come se io fossì lì”. Ma non è che in questo modo sa troppo di amerikano, di trumpista, di sciovinista sull’esaltato? Perché, vedrete, domani o dopodomani arriveranno anche a questo, le vestali dell’ortodossia non dormono mai. E allora che ci resta? Consigli per saluti sanitariamente e politicamente corretti.  A voce, detto anche del carrettiere: “Ohèèè, come stai?”. “Maleee, mi son fatto il tamponeee, spero per il meglio ma temo il peggiooo”. A debita distanza, per esempio un 150 metri. La sicurezza è garantita, così come una epidemia di sordità. Via smartphone, detto anche dell’agente segreto: due si incontrano, si trovano, stanno uno davanti all’altro ma, invece di porgersi qualche estremità, per esempio i piedi, fanno come nel film di Piedone lo Sbirro: “Qui scarraffone, qui scarraffone: passo!”. “Qui gelsomino, qui gelsomino, ricevuto, passo e chiudo!”. Del mimo, detto anche alla Marcel Marceau: preferibilmente vestiti in calzamaglia nera, ci si incontra, ci si contorce in salamelecchi esagerati, si strabuzzano gli occhi, si mandano baci volanti.

Poi, alla fine della conversazione, si fa per dire, si tiran fuori i fazzoletti, si simula una lacrima, e infine si inscena un abbraccio grande come il mondo, che finisce con l’avvinghiare se stesso, come Renato Zero al termine di un concerto. Splendido il colpo d’occhio in una qualsiasi metropoli, tutti che si ossequiano così, anche i portantini delle ambulanze per il manicomio. Via megafono, detto anche saluto extraparlamentare. “Attenzione attenzione. Saluto il compagno, amico, camerata di mille battaglie!”. “E io contraccambio di cuore: come te la passi, tutto a posto, a casa tutti bene? Quando la facciamo la rivoluzione”. Qui l’effetto nostalgia è assicurato, ma quello lobotomia ancor di più. Coi segnali di fumo, detto anche saluto del nativo americano (stavamo per scrivere: del pellerossa, ma ci siamo corretti in tempo). Indispensabile un corredo a base di pietra focaia, sterpaglie e una certa competenza anche per non finire come nella canzone di Massimo Ranieri, “se bruciasse la città, da te, da te, da te io correrei”.

Con le bandierine colorate, detto anche saluto del marinaio. Tende a replicare le vecchie manovre di attracco dei natanti; nei casi di antipatia spiccata si possono anche usare vessilli con teschio e tibie: “Toh, guarda chi si vede, vammoriammazzato”, “A te e ai mortacci tua, stronzo”. Groin Kick, detto anche saluto del calcio delle palle. È il più diretto, essenziale, risolutore. Niente perdite di tempo, convenevoli, ipocrisie borghesi: pum, pam e si prosegue. Saltellando come Fantozzi, ma si va avanti. Prima di svenire. A molla, detto anche saluto giapponese: ci si posiziona a debita distanza, e qui la cautela non è mai troppa, e si parte con l’altalena, fletti tu che fletto io. Dopo una mezz’ora, quando non c’è più tensione, non c’è emozione, nessun dolore, neanche all’ernia del disco, nel frattempo fuoruscita, un ultimo inchino per congedarsi, dopodiché ciascuno continua per la sua strada, sempre oscillando, come quei pupazzi sul lunotto della macchina.