Esteri

Londra batte Parigi (anche dopo la Brexit)

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La Brexit non piega la Gran Bretagna: Londra tiene su Parigi

Alla fine del 2022, un articolo di Bloomberg sanciva la rivincita di Parigi su Londra, in termini di capitalizzazione di borsa e importanza di centro finanziario. Se il 23 giugno del 2016, il giorno del referendum del Regno Unito sull’uscita dall’Unione europea, il valore delle società quotate alla City ammontava a 2900 miliardi di euro, contro i 1750 di Parigi, a fine novembre 2022 la borsa valori francese valeva 2634 miliardi di euro, contro i 2632 della rivale d’oltremanica.

Il 29 giugno 2021, il premier francese Emmanuel Macron, dopo aver conferito l’anno prima la Legion d’onore al direttore del ramo francese di BlackRock, innaugurava il nuovo palazzo di JP Morgan à la Place du Marché Saint-Honoré di Parigi, in aggiunta agli uffici pre-esistenti di Place Vêndome e portando il numero dei dipendenti della filiale francese a un totale di 800. Al dato finanziario si aggiunge quello sull’economia reale. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il Regno Unito nel 2023 registrerà una crescita pari allo zero, se non negativa, con un inflazione più alta dell’Eurozona.

Guardando ai dati del National Institute of Economic and Social Research, lo storico ente britannico fondato da John Maynard Keynes e da William Beveridge, il tasso d’inflazione nell’ultimo trimestre del 2022 si è attestato al 10,8%. L’aumento del costo della vita ha avuto un effetto anche sui salari, ma con una notevole differenza tra settore pubblico (+3.3%) e privato (+7.1%). Questa disparità è alla base delle ondate di scioperi che si susseguono dalla fine del 2022. Ma se guardiamo alla sola City, la capitalizzazione di borsa indica anche l’importanza del centro finanziario? Non necessariamente, secondo Pierre-Charles Pradier, docente di scienze economiche alla Sorbona e presidente del Consiglio di sorveglianza della FIFA Clearing House. Se per capitalizzazione si intende il valore delle società quotate, l’affermazione è corretta, ma è una valore virtuale secondo Pradier.

Prima di tutto, perché si basa più spesso più sulle aspettative dei profitti futuri, più che sui dati effettivi e perché non sarebbe possibile convertire la capitalizzazione di borsa in potere d’acquisto, senza dover prima vendere i titoli (diminuendone però il valore). Secondariamente, perché non tutte le società vengono quotate. Esistono altre forme di finanziamento classico come quello bancario e spesso il finanziamento del mercato comporta costi e rischi. E infine, perché frequentemente alcune società decidono di quotarsi in un altro Paese, senza trasferire la propria attività economica.

Inoltre, se per capitalizzazione della piazza finanziaria si intendono anche le azioni quotate all’estero ma detenute da soggetti residenti, allora la City supera Parigi. Questo per esempio, grazie all’attività dei fondi pensione inglesi, il cui valore patrimoniale si attesta a 3000 miliardi dollari, superando il dato francese, che si attesta a soli 100 miliardi. La capitalizzazione di borsa quindi è un valore aleatorio e non indica l’importanza del centro finanziario. Secondo il Global Financial Centre Index, Londra rimane anche nel 2023, il secondo centro finanziario mondiale dopo New York e tra i principali mercati del forex, con il 38% delle attività globali, con più di 3500 miliardi di euro di transazioni giornaliere. Parigi ne conta appena 200.

La City è la principale sede di negoziazione del Renmimbi al di fuori della Cina. E l’industria dei servizi finanziari inglesi impiega nel suo complesso 2,3 milioni di persone, generando un contributo verso l’erario inglese di 76 miliardi di sterline l’anno, secondo gli ultimi dati enunciati dall’attuale premier inglese Rishi Sunak, allora ministro dell’economia, al Mansion House Speech del 1° luglio 2021, il discorso annuale sullo stato dell’economia britannica. Tra le tante banche ancora presenti, JP Morgan conta ancora 10mila impiegati nella sola Londra e 19mila in tutto il Regno Unito.

Poi c’è tutta la parte dei servizi accessori, che fanno funzionare la macchina della finanza inglese. L’ecosistema “business minded” degli studi legali, 40mila nella sola Londra, secondo la Solicitor Regulation Authority inglese, che genera un profitto di 32 miliardi di sterline l’anno. Navi, edifici, container, opere d’arte, gli studi londinesi sanno come redigere il contratto necessario per acquisire uno di questi beni in un regime fiscale favorevole, nella giurisdizione prescelta (ad esempio un trust di Jersey o una società veicolo delle Bahamas), organizzando un finanziamento adeguato. I territori inglesi d’Oltremare (Cayman, Bermuda, Isole Vergini Britanniche) e le Crown Dependecies (Jersey, Guernesey, Isola di Man) controllano inoltre il 23% del mercato globale dei servizi finanziari offshore. In confronto, Parigi offre principalmente mezzi di finanziamento convenzionali e nessun regime giuridico speciale.

La City ha un’importanza secolare per l’economia britannica e gli inglesi faranno di tutto perché non soccomba. Non è un caso che il discorso annuale sullo stato dell’economia si tenga appunto presso la Mansion House, la residenza ufficiale del sindaco della City di Londra, ultimo comune medievale d’Europa, tutelato dall’articolo 9 della Magna Carta e dotato di autonomia amministrativa rispetto al governo della città. In un articolo apparso il 6 febbraio scorso su City A.M., il quotidiano inglese del miglio quadrato, il portavoce del governatorato della City, Chris Hayward si è detto ottimista, malgrado le prospettive economiche a tinte fosche. Il nuovo Financial Services and Markets Bill, attualmente all’esame del Parlamento britannico, promettte uno snellimento delle norme che dovrebbe rendere più competitiva la piazza finanziaria inglese.

C’è un quadro dei primi novecento, nella galleria d’arte del Guildhall, il palazzo del Governatorato della City, che meglio identifica il sentimento e la resilienza degli inglesi. Esso raffigura proprio la Mansion House e sullo sfondo la Saint Paul Cathedral, simbolo della rinascita della città dopo il terribile incendio del 1666, con un titolo inequivocabile: “The Heart of the Empire”.  Tutto fa pensare che gli inglesi, malgrado le difficoltà, non siano così disposti a cedere lo scettro a Parigi.

Friedrich Magnani, 18 febbraio 2023

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