Cronaca

Louis Dassilva, il nuovo Stasi?

Nel processo per l’omicidio di Pierina Paganelli non emergono tracce scientifiche decisive: al centro resta il racconto dell’ex amante dell’imputato

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All’ombra del caso di Garlasco, che ha praticamente oscurato il resto della cronaca giudiziaria, c’è un altra vicenda processuale che si sta per concludere in primo grado presso il Tribunale di Rimini, quella legata all’omicidio di Pierina Paganelli, che rischia di mandare all’ergastolo un uomo sulla base di un’unica testimonianza.

Tant’è che il pubblico ministero che sostiene l’accusa, Daniele
 Paci al termine di una requisitoria durata sei ore, ha chiesto la massima pena per Louis Dassilva, il 35enne senegalese che per la procura avrebbe commesso l’omicidio pluriaggravato di Pierina
Paganelli, la pensionata uccisa a Rimini la sera del 3 ottobre
del 2023.

Un delitto premeditato e commesso con estrema crudeltà dall’imputato, sempre secondo il Pm, per non mettere a repentaglio i vantaggi economici derivanti dalla sua condizione di uomo sposato. In questo senso, egli avrebbe in questo modo evitato che sua moglie potesse scoprire la tresca con la sua ex-amante, la stessa che rappresenta l’unico elemento dell’accusa.

Quest’ultima, Manuela Bianchi, fu la prima a telefonare al 118 dopo aver scoperto nel garage condominiale il corpo della suocera, sebbene in una prima telefonata disse di non averla riconosciuta.

Dopodiché la versione della donna cambiò nel marzo del 2025, a ben diciassette mesi dal delitto. Incalzata dagli inquirenti ella non disse affatto di aver le prove che Dassilva abbia ucciso la signora Paganelli. Si limitò a sostenere che la mattina successiva, quando per l’appunto chiamò i soccorsi, fu l’imputato, sceso prima di lei in garage, ad avvertirla.
Una nuova deposizione che, comunque la si veda, non dimostra che Dassilva abbia commesso l’omicidio, ma solo che si trovasse nei pressi del luogo del delitto molte ore dopo.

Tra l’altro non si comprende il motivo, nel caso egli fosse veramente colpevole, per il quale avrebbe dovuto correre un tale rischio, potendo tranquillamente restare nel suo appartamento ed attendere gli eventi. Sta di fatto che la tardiva ammissione della Bianchi in dibattimento è stata messa in forte discussione dalla testimonianza di una sua amica, la quale ha sostenuto che l’ex amante del Dassilva le avrebbe rivelato di non aver raccontato la verità.

Ma al di là di tutto, considerando che sulla scena del crimine non è stata trovata alcuna traccia che collochi il senegalese sulla scena, la domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: possiamo mandare all’ergastolo – visto che le sentenze vengono pronunciate in nome del popolo italiano – una persona sulla base di una sola testimonianza modificata radicalmente dopo 17 mesi? 

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Io penso assolutamente di no e penso, inoltre, che come nei riguardi di ciò che è accaduto ad Alberto Stasi, siamo di fronte all’ennesimo caso di giustizia teorematica. Giustizia teorematica che porta gli inquirenti, costi quel che costi, ad innamorarsi di un teorema, scartando tutte le altre piste alternative, per poi concentrarsi esclusivamente nel ricercare gli elementi che possano incastrare il malcapitato. Esattamente il contrario di ciò che andrebbe fatto, ovvero andare dove le prove ti portano.

Claudio Romiti, 19 maggio 2026

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