L’Ue si dà la zappa sui piedi: il target green… ostacola le rinnovabili

L’Europa pesa solo per il 6% delle emissioni globali ma sacrifica industria, bollette e sicurezza energetica

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Un eccessivo zelo nei target di decarbonizzazione può, in alcuni casi, ostacolare un pieno sviluppo delle rinnovabili intermittenti, anziché favorirlo. Questo paradosso nasce non dalla contraddizione intrinseca tra rinnovabili e riduzione delle emissioni, ma dalla mancanza di coerenza tra obiettivi climatici e vincoli di sicurezza del sistema elettrico. La politica climatica Ue si fonda oggi su un assunto implicito: che la riduzione delle emissioni di CO₂ dell’UE sia un obiettivo primario e non negoziabile, da perseguire attraverso target vincolanti e uniformi. Questo approccio, coerente sul piano simbolico, si scontra però con una realtà geopolitica, economica ed energetica profondamente mutata. Cambiare strada richiede coraggio politico, ma mantenere la coerenza interna di una strategia inefficace non ha alcun valore in sé.

Il primo punto riguarda il peso reale dell’UE sul clima globale. L’Unione europea è responsabile di circa il 6% delle emissioni globali di CO₂, una quota in progressiva diminuzione. Le dinamiche decisive sono ormai determinate da Paesi extra UE, in particolare Asia e Sud globale, dove le emissioni continuano a crescere. In questo contesto, l’eliminazione del target europeo di decarbonizzazione avrebbe un effetto trascurabile sulle concentrazioni globali di CO₂, mentre libererebbe risorse politiche ed economiche oggi vincolate a obiettivi scarsamente incisivi.

Il secondo punto riguarda le distorsioni indotte da un target climatico rigido. Eolico e fotovoltaico, le rinnovabili con la maggior prospettiva di crescita in EU, sono variabili, non programmabili e spesso poco correlate alla domanda: per garantire sicurezza del sistema elettrico servono quindi impianti di backup che oggi, nella maggior parte dei Paesi europei, è fornito da centrali a gas. Senza il target sulla CO₂, verrebbero meno tecnologie come CCS e gas decarbonizzato che hanno senso esclusivamente come strumenti contabili climatici e non fanno altro che appesantire da un punto di vista tecnologico ed economico soluzioni rinnovabili, per le quali rappresentano quindi un pesante fardello.

Il terzo punto è la sicurezza energetica, oggi tornata centrale. L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che la dipendenza da importazioni energetiche, da filiere fragili e da fornitori geopoliticamente instabili rappresenta il vero rischio sistemico per l’Europa. Una politica energetica razionale dovrebbe privilegiare fonti che garantiscono controllabilità e riduzione dell’esposizione esterna. In quest’ottica, tecnologie come le rinnovabili, il nucleare o gli e fuels, strategici per l’aviazione, la chimica ed in tutti quei settori ove l’elettrificazione pura non basta, hanno piena legittimità anche senza una giustificazione climatica.

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Infine, c’è il tema decisivo della competitività economica. L’industria europea soffre costi energetici strutturalmente più elevati rispetto ai concorrenti globali. Un target di decarbonizzazione vincolante, in un mondo che non segue la stessa traiettoria, agisce di fatto come una tassa unilaterale sulla produzione europea. Rinunciarvi significherebbe ristabilire condizioni di concorrenza più eque, consentendo al mercato di selezionare le fonti sulla base di costi, affidabilità e scalabilità.

In sintesi, abolire il target sulla decarbonizzazione non significa negare il problema climatico, ma riconoscerne i limiti politici ed economici in un contesto globale non cooperativo. Una strategia europea fondata su sicurezza energetica e competitività non è solo più realistica: è anche più onesta, più resiliente e, paradossalmente, più sostenibile nel lungo periodo.

Gianluca Alimonti, 30 aprile 2026

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