
Qui al bar, tra un caffè e un cornetto, cominciamo a interrogarci sul criterio che usano i nostri giudici: indagato per omicidio colposo il padre del povero ragazzo sepolto dalla sabbia a Montalto di Castro; ma non, per omessa custodia, il padre del bimbo che si era allontanato da un campeggio in Liguria (il testimone, però, sì).
Si indagano i poliziotti che hanno ucciso il killer di un carabiniere e quando qualcuno finisce condannato perché, secondo un magistrato, ha esagerato a difendersi da un rapinatore, alla famiglia del delinquente ammazzato si riconoscono ricche compensazioni. Si aprono fascicoli per far cadere Giunte regionali e ci si prova persino con i governi, magari in nome del diritto internazionale, perché le indagini sono sempre un atto dovuto ma le coincidenze temporali, tipo l’incombenza di una controversa riforma della giustizia, restano in agguato.
L’atto dovuto. Noi ci limitiamo a sfornare cappuccino, ma iniziamo a sospettare che dietro quella formula si celi anche l’arbitrio di una toga che è, appunto, giudice ultimo di cosa sia dovuto e cosa no. E cominciamo a pensare che l’unico atto dovuto dai magistrati ai cittadini sia il buon senso.
Il Barista, 15 luglio 2025
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