Chi ha studiato il piano lo ha fatto con una certa improntitudine intellettuale convinto che, siccome gli italiani ne sanno poco, si poteva far passare la risposta del Governo alla pronunzia della Corte dei Conti come un attacco all’indipendenza della magistratura. Agenda alla mano chi ha pensato di far pronunciare i giudici contabili in concomitanza con la discussione definitiva al Senato in quarta lettura della riforma Nordio l’ha studiata a puntino. Attacchiamo il Governo che se si difende si tira addosso lo stigma del voler prevaricare le toghe aggiungendo un grado di frizione interna all’esecutivo non trascurabile. Negare legittimità al ponte sullo Stretto significa puntare diritto su Matteo Salvini che già si è agitato sulle banche e non può andare troppo oltre visto che il ministro dell’Economia è un suo uomo.
Tuttavia se si è un po’ più attenti si scopre una cosa che tutti dovrebbero sapere, almeno i commentatori che di solito s’impalcano a predicatori della giusta via della Repubblica: la magistratura contabile tutto è fuori che indipendente dal potere politico. Di certo qualcuno tirerà fuori l’articolo 100 della Costituzione che all’ultimo comma afferma: “La legge assicura l’indipendenza dei due Istituti e dei loro componenti di fronte al Governo”. Si parla di due istituti perché questo articolo è stato scritto per il Consiglio di Stato e quanto al collegio dei giudici contabili si stabilisce che: “Esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato. Partecipa, nei casi e nelle forme stabilite dalla legge, al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria. Riferisce direttamente alle Camere sul risultato del riscontro eseguito”. Ora è di tutta evidenza che la Corte dei Conti non è una magistratura indipendente – di lei, come dei magistrati amministrativi non si cura il Csm, né ha rango di organo costituzionale – ma anzi dialoga direttamente col potere politico e dal potere politico è nominata. Dunque chi ha studiato il piano per poter poi affermare che la risposta del Governo al niet sul ponte di Messina fosse un attacco all’indipendenza della magistratura ha sbagliato.
Ma soprattutto ha errato perché forse era convinto che nessuno andasse a leggersi la biografia dell’attuale presidente della Corte dei Conti che viene nominato dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio. Che sia nominato dal Governo è un retaggio dell’epoca di Camillo Benso Conte di Cavour che volle la magistratura contabile perché non si fidava dei funzionari borbonici confluiti nell’amministrazione del neonato Regno d’Italia. I giudici contabili sono stati per secoli la spia del potere centrale. Ebbene l’attuale presidente della Corte dei Conti è Guido Carlino, in carica dal 15 settembre 2020 scelto da Giuseppe Conte su suggerimento di Roberto Gualtieri (Pd) allora ministro dell’Economia in pieno accordo con Sergio Mattarella che, non va mai dimenticato, è stato tra gli estensori del manifesto fondativo del Partito democratico.
Ma c’è qualcosa di più. Il dottor Carlino è siciliano di nascita è stato prima Procuratore regionale per la Sicilia, dal 14 aprile 2004 al 21 ottobre 2014 e successivamente Presidente della Sezione giurisdizionale per la Sicilia, dal 27 agosto 2018 al 14 settembre 2020. Ora si dà il caso che Messina sia in Sicilia. Al di là delle coincidenze geografiche va rilevato che Carlino viene dalla magistratura militare, a Palermo è stato giudice contabile, ma soprattutto a Palermo ha stretto una certa consuetudine con la famiglia Mattarella perché il padre dell’attuale presidente della Corte dei Conti è stato uno dei carabinieri che ha indagato sull’assassinio di Piersanti Mattarella e da allora i rapporti tra Carlino e il presidente della Repubblica sono stati cordialissimi e frequenti. Come peraltro tra Mattarella ed Ernesto Maria Ruffini, l’astro nascente di un certo centrosinistra contabile, altro esponente che fa riferimento a quel milieu democristiano palermitano. Il presidente della Repubblica ha firmato la prefazione al volume dell’ex sceriffo delle tasse “Uguali per Costituzione, storia di un’utopia incompiuta del 1948 a oggi”.
Insomma per capire il perché del pronunciamento della Corte dei Conti sul ponte di Messina – il giudizio è stato preso a sezioni riunite quindi sotto la diretta responsabilità di Carlino – bisogna guardare non tanto al provvedimento – peraltro assai debole e non del tutto ricompreso nell’alveo delle prerogative della magistratura contabile – ma quanto alla volontà di mettere in difficoltà il Governo. Da quel che si è capito – per avere le motivazioni bisognerà aspettare almeno un mese – i magistrati contabili cavillano su alcune espressioni che compaiono nelle deliberazioni e hanno un solo effetto: ritardare un’opera che il Parlamento e il Governo hanno deciso di fare. Carlino ha stressato al massimo il concetto del controllo ex ante per creare evidenti difficoltà a Giorgia Meloni.
Peraltro non è la prima volta che accade: già sul Pnrr il presidente Carlino – creando anche qualche imbarazzo a Mattarella – entrò in palese contrasto con Giorgia Meloni quando il Governo presentò un emendamento per limitare i pareri concomitanti dei giudici contabili sui progetti Pnrr in modo da disporre il controllo contabile solo ex post. Forse il presidente della Corte dei Conti ha voluto prendersi una rivincita convinto che il clima da assalto alla Costituzione agitato dall’opposizione sulla riforma Nordio lo avrebbe fatto passare da martire dell’indipendenza violata della magistratura? Può essere, ma c’è un piccolo particolare: la Corte dei Conti non è indipendente dalla politica. E il fatto che si stia dimostrando il braccio armato dell’opposizione lo dimostra.
Carlo Cambi, 31 ottobre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


