Cronaca

Ma è normale che un killer lavori a contatto con il pubblico?

Il caso di Emanuele De Maria e il dibattito sul "reinserimento sociale" dei condannati per crimini violenti

Emanuele De maria omicidio Milano
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Milano, 2025. La città ancora sotto shock per il duplice accoltellamento all’Hotel Berna, culminato nel suicidio di Emanuele De Maria dal tetto del Duomo. Ma oltre all’orrore e alla tragedia, resta una domanda che rimbalza tra corridoi giudiziari e uffici pubblici: come è stato possibile che un uomo condannato per omicidio potesse lavorare a contatto con il pubblico? Non si tratta solo di un errore. Si tratta di una lunga catena di leggerezze istituzionali, autorizzazioni concesse sulla base di relazioni carcerarie “positive”, senza una reale valutazione del rischio. Un sistema che ha messo la rieducazione davanti alla prudenza, il beneficio del dubbio davanti alla tutela di chi lavora ogni giorno in silenzio, negli hotel, nei servizi, nelle strade di Milano.

Il penitenziario milanese di Bollate è noto per il suo modello progressista: percorsi di recupero, lavoro esterno, inserimento graduale. Ma quando si applicano questi protocolli anche a soggetti condannati per omicidio, il rischio non è più teorico: è reale. E nel caso di De Maria, si è concretizzato nel sangue. Chi ha autorizzato il permesso di lavoro? Chi ha validato le relazioni sul comportamento del detenuto? E soprattutto: chi ha verificato che il luogo di lavoro fosse idoneo, sicuro, consapevole dei rischi? Il Comune di Milano, la Prefettura, il Tribunale di Sorveglianza: tutti oggi cercano di prendere le distanze. Ma la verità è che il sistema ha funzionato male dall’inizio alla fine. E a pagarne le conseguenze sono state due giovani lavoratori, di cui una – Chamila – non potrà più raccontare la sua versione.

A Milano si parla spesso di “eccellenze”, “modelli”, “inclusione”. Ma la sicurezza dei cittadini non può essere sacrificata sull’altare della sperimentazione sociale. La rieducazione è un diritto del detenuto. Ma la protezione di chi è libero è un dovere dello Stato. Ora più che mai serve una riflessione profonda, lontana dai riflessi ideologici. E serve che qualcuno si assuma la responsabilità politica e istituzionale di quanto accaduto. Perché dietro le statistiche penitenziarie, ci sono vite vere. E quelle non si ricostruiscono più.

Nicholas Vaccaro, 19 maggio 2025

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