La cosiddetta ‘tecnodestra‘ ha ormai permeato il dibattito, anche quando non viene nominata o quando viene mostrificata strumentalmente. È ovunque, anche quando assente. Del resto, che l’origine sia occasionale, rivendicativa o avversativa, e ora l’espressione tradisce da subito una sfumatura ostile e un intento polemico, non è la prima volta che assistiamo all’emersione di uno specifico termine funzionale alla scontornatura di un fenomeno dotato di singolarità. Come in altri casi ormai noti e consolidati nella mentalità comune, quali il woke o il sovranismo, anche l’espressione ‘tecnodestra’ è destinata a sedimentarsi nella trama discorsiva, aggiungendo un nuovo, granuloso strato alla sua complessità.
Nel febbraio scorso, per citare un riferimento tra i più autorevoli, in occasione del conferimento dell’onorificenza di Dottore Honoris Causa all’Università di Aix-Marseille, un Mattarella inedito ha tenuto un discorso che, partendo da una riflessione su storia e proiezione futura dell’Europa, ha fatto anche menzione di ‘neofeudatari del terzo millennio’, corsari del ‘cyberspazio e dello spazio extraatmosferico’, ‘quasi usurpatori della sovranità democratica’, intercettando così il fenomeno di una nuova catalogazione che ha arricchito e polarizzato, al solito, il dibattito pubblico in tempi recenti. E anche se quella del discorso di Marsiglia è un’allusione fugace e collaterale, ciò non basta a renderla meno esplicita, tanto che possiamo ricondurla ai teoremi della semplificazione giornalistica cogliendone comunque la prorompenza.
Uno strato granuloso, dicevamo, che però Venanzoni dipana dalle coltri fumogene con maestria, levigandolo. Il volume Tecnodestra. I nuovi paradigmi del potere (Signs Books, 2025) di Andrea Venanzoni esce nel mese di marzo, con tempismo perfetto, frutto di un approfondimento scientifico pluriennale, e, dotato di profondità rara, diventa da subito un imprescindibile manuale di orientamento alla comprensione degli sconvolgimenti in atto.
Lungi dalla vulgata per cui avremmo a che fare con una banda di tenebrosi occultocrati, Venanzoni ne investiga le figure più salienti, e in effetti le più discusse, spesso compunte da un approccio ideologico o preconcetto che ne snatura i connotati, affrescando invece specificità, eterogeneità e potenzialità di questo nuovo iperoggetto. Dall’incubazione della tecnodestra nella PayPal Mafia (dall’articolo corredato di foto in ghingheri del 2007 su Fortune) al memetico Dark MAGA di Elon Musk, dalla Silicon Valley delle utopie in stile post-Frutiger Aero alle polverose rovine industriali della Rust Belt, nel testo di Venanzoni si intrecciano romanzo di formazione e inner spaces (anti)eroici, western della frontiera e fantascienza cyberpunk, atlante psicogeografico di free zones/Innovation Zones e rigore degno di una analitica kantiana.
Dispiegandone l’eterogeneità, Venanzoni smonta le nascenti mitologie circolanti sul conto dei protagonisti della vicenda. Inventori, nerd, smanettoni, umanisti, investitori, se proprio vogliamo è soprattutto nella ricerca dell’innovazione che trovano il loro più solido comun denominatore originario. Se infatti possiamo rintracciare un fondamento condiviso fatto di riferimenti libertarian, gaming, accelerazionismo e cultura digitale come magma intellettuale del fermento della tecnodestra, altrettanto è improprio sopravvalutare una discendenza diretta dai vari Rothbard, Hoppe, Land, Yarvin etc, anche solo per una questione di primazia del pragmatismo sulla pura teoresi, caratteristica questa vitale per abitare adeguatamente il mondo degli affari.
Per osservare il tutto da prospettiva privilegiata il tutto occorre, allora, anche avventurarsi nei meandri del deep web, negli anfratti più reconditi di 4chan, 8kun o nei sub-reddit di discussione, poiché è in questa terra di nessuno, talvolta teatro di agghiaccianti scorribande (Weaponized Autism come apoteosi del trolling online su tutte), che si forgia uno spirito pioneristico che informerà questi personaggi. Che siano raffinati intellettuali alla Peter Thiel (in un certo senso il protagonista dello snodo trattato da Venanzoni) fondatore di Palantir e allievo di René Girard a Stanford, o imprenditori sardonici/istrionici alla Elon Musk (“Who controls the memes, controls the Universe” scriveva già, sull’allora Twitter, anni fa), ciò che li unisce più di ogni altra cosa è la visione futura.
L’analisi di Venanzoni si concentra così, significativamente, sul contesto e su storie personali, professionali e intellettuali ricostruite con precisione; scelta non casuale che viene sottolineata e resa esplicita: non stiamo parlando di una storia partitica o movimentistica, ma di persone, perché la tecnodestra giammai è un fenomeno unitario o un’entità collettiva. In realtà non è nemmeno destra vera e propria, perlomeno non nell’accezione canonica e intrinsecamente tradizionale del termine. Il carattere particolaristico dell’analisi, infatti, non ha nulla a che vedere con una beatificazione dei nomi di punta (oltre ai già citati, Andreessen, Karp e Luckey, ma anche l’hillybilly, poi vicepresidente, Vance), ma allude direttamente a una differenza con l’ecosistema delle nostre consuetudini dove siamo abituati, o assuefatti, a intendere il personalismo in termini leaderistico-aggregativi, come accade nell’alveo delle destre istituzionali europee. Gli esempi, ovviamente, si sprecano.
Quella della tecnodestra, invece, è una storia di innovazione e l’innovazione, intesa come invenzione e impresa, è un’operazione eminentemente creativa. Come tale, individuale. E, di nuovo, vincolata a determinate precondizioni che la rendono possibile e, magari, replicabile purché se ne apprenda laicamente la lezione.
Dedita fondamentalmente a una revisione della definizione e del rapporto sicurezza/libertà, la tecnodestra trova qui la sua ragion d’essere come potenziale nuovo Deep State trumpiano, operando una significativa risemantizzazione dei due poli in esame. La libertà è intesa in un’accezione forte, principalmente nel senso economico, sia nella forma della sistematizzazione di quell’individualismo creativo che Venanzoni ha scorto nelle rispettive vicende personali, sia nel senso di una condanna della schiacciante pervasività dell’apparato burocratico e amministrativo.
Certamente, inoltre, innervata la tecnodestra di una visione strategico-geopolitica, esprimendo talvolta ostilità ai flirt di certa Silicon Valley con la Cina, la sicurezza è invece intesa nel senso preminente di difesa, previsione delle minacce esterne e compressione del soft power di agenti ostili (Palantir), ma anche sorveglianza dei confini per il controllo dell’immigrazione clandestina (Anduril). Al centro, la profilazione.
La tecnodestra può trasformarsi così in opportunità anche per l’Europa, addirittura in due sensi distinti: come strumento di connessione tra sicurezza e innovazione digitale, in qualità di erogatrice di servizi difesa e di intelligence, già parzialmente presente sul suo mercato ma attualmente lanciata in direzione di uno scontro con le istituzioni unioniste, e come modello per lo sviluppo di realtà socio-politico-culturali di incentivo allo stesso processo di innovazione. Aspetto, quest’ultimo, dove il “gigante regolatorio” che è l’Unione Europea (dove tale competizione è stritolata da DMA, DSA e AIA) galleggia in un colpevole ritardo con la storia, mostrandosi ogni ora più interessata a pervadere normativamente qualsiasi tentativo di impresa che a sviluppare un suo ripensamento della succitata diade alla luce delle nuove possibilità del digitale.
Ostilità al rischio d’impresa e rifiuto delle logiche concorrenziali, pericolosamente, pongono le principali economie del nostro continente in un ritardo che potrebbe diventare incolmabile, soprattutto se non si ha il coraggio di compiere un attacco “alla radice del problema: politica, burocrazia e retorica dei diritti”. Perché uno dei motori primevi, nonché risultante fattuale, è una guerra culturale alle follie vendicative di un movimento woke sempre più focalizzato sull’auto-condanna dell’Occidente e altamente influente sul piano della contrattazione di innumerevoli e sempre nuovi diritti civili che, di volta in volta, proiettano debolezza sulla nostra parte di mondo.
E se purtroppo i segnali in tal senso non sono i più incoraggianti, almeno per ora, possiamo comunque affermare che il portato tellurico di questa perturbazione è destinato a lasciare una traccia indelebile e, con tempistiche ancora incerte, a produrre un mutamento radicale del paradigma di potere.
Completezza, acume, ricchezza testuale e capacità di decifrare anzitempo le traiettorie della storia, ossia capire il presente e anticipare il futuro, pertanto, rendono la lettura di Tecnodestra di Venanzoni un viaggio straordinario, come se ci trovassimo d’un tratto a caracollare gioiosamente attraverso i vasti piani artificiali delle Megastrutture del Blame! di Tsutomu Nihei ascoltando gli 808 State. Imperdibile.
Michele Ferretti, 13 aprile 2025
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