
In tempi di grandi decisioni civiche, la tentazione di attribuire la colpa agli elettori è tanto diffusa quanto pericolosa. Quando un referendum o un’elezione produce un risultato inatteso o sgradito, il riflesso immediato di una parte della classe politica e del sistema mediatico è quello di cercare un capro espiatorio tra i cittadini: chi ha votato “male”, chi non ha capito, chi si è astenuto. È una scorciatoia intellettuale che non solo è sbagliata, ma anche profondamente dannosa.
Attribuire ai cittadini la responsabilità di una debacle referendaria è un esercizio miope, inutile e infruttuoso. Non contribuisce a ridurre la frattura tra establishment e popolo: al contrario, finisce per ampliarla ulteriormente, alimentando sfiducia e distanza. La verità è più scomoda, ma anche più utile: le responsabilità vanno ricercate altrove.
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Certamente i partiti di maggioranza hanno avuto un ruolo determinante, ma non meno rilevante è stata la funzione dell’apparato mediatico che li ha sostenuti. Negli ultimi mesi si è sviluppato un pericoloso pensiero unico da destra fondato su un atlantismo acritico, privo di reale capacità di analisi e consapevolezza. Un paradigma semplificato e rischioso: “Se lo fanno Washington o Tel Aviv, allora va bene”. Un approccio che ha ridotto il dibattito pubblico a una ripetizione di formule, più che a un confronto autentico.
In questo contesto, il sistema mediatico filogovernativo non ha svolto il proprio compito più importante: interrogare il potere, metterlo in discussione, evidenziarne limiti e contraddizioni. Non ha “suonato la sveglia” di fronte a segnali evidenti di disagio nel Paese: il crescente senso di insicurezza legato alle tensioni internazionali, in particolare mediorientali; le difficoltà economiche diffuse; la distanza sempre più marcata tra istituzioni e cittadini.
Ancora più grave è stata la sottovalutazione del sentimento popolare e, soprattutto, di quello giovanile, che si muove spesso in direzione opposta rispetto alla narrazione dominante. Invece di tentare di ricucire questa frattura, si è scelto di ampliarla, insistendo su una comunicazione unidirezionale, acritica e autoreferenziale.
Sul piano della campagna referendaria, gli errori sono stati evidenti. Il messaggio è risultato confuso, dispersivo, incapace di centrare il punto. Nel dibattito sono stati inseriti temi estranei — casi di cronaca, paure sociali, riferimenti emotivi scollegati dal merito della riforma — contribuendo a disorientare l’elettorato. Si è parlato di tutto, tranne che dell’essenziale. A ciò si è aggiunta una strategia comunicativa discutibile fino all’ultimo momento, con tentativi tardivi e percepiti come strumentali — come misure presentate a ridosso del voto — che non hanno fatto altro che aumentare lo scetticismo.
In altre parole, la politica ha perso la bussola. E i media, invece di correggere la rotta, hanno accompagnato questa deriva, rinunciando al proprio ruolo critico. La sconfitta, allora, non è un incidente. È uno specchio. E in quello specchio non c’è un elettorato da biasimare, ma una classe dirigente — politica e mediatica — che deve interrogarsi profondamente. Il mea culpa, in questo senso, non è un atto di debolezza, ma di responsabilità. Significa riconoscere che qualcosa non ha funzionato nella comunicazione, nell’ascolto, nella capacità di interpretare il Paese reale.
Alla fine, la sveglia non l’hanno suonata i commentatori né gli analisti. L’hanno suonata i cittadini.
Salvatore Di Bartolo, 24 marzo 2026
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