Politica

Ma Meloni un errore su Trump l’ha fatto

La destra italiana, se vuole essere davvero nazionale, deve liberarsi da ogni minima, anche solo ipotetica apparenza di subordinazione

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Le parole pronunciate da Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni hanno infastidito molti italiani. Anche chi non ha votato questo Presidente del Consiglio comprende (o dovrebbe capire) che, quando viene offeso il rappresentante del Governo italiano, non viene colpito soltanto un leader politico, ma l’intera Nazione.

Ho votato Giorgia Meloni e continuo a ritenerla il migliore Presidente del Consiglio che fosse realisticamente possibile scegliere alle ultime elezioni. Tuttavia, la vicenda merita una riflessione politica. Trump è stato istituzionalmente inaccettabile. Un Presidente degli Stati Uniti non dovrebbe mai parlare così del capo del Governo di un Paese alleato. Non per galateo da salotto, ma perché, quando si umilia pubblicamente un alleato, si sta mandando un messaggio di gerarchia.

Il problema è che non avevamo bisogno di questo episodio per capire con chi abbiamo a che fare.
Donald Trump non è diventato Trump ieri. La sua idea dei rapporti internazionali è da sempre brutale e insofferente verso le regole della cortesia diplomatica. Per lui l’alleanza non è una comunità di destino, ma un contratto da rinegoziare ogni mattina in base alla convenienza americana. Chi guida l’Italia ha il dovere di saperlo prima, non dopo l’umiliazione.

Gli Stati Uniti restano il principale alleato storico, culturale e militare dell’Italia. Nessuno può cancellare decenni di rapporti, di vincoli atlantici, di interessi comuni, ma essere alleati non significa essere satelliti. Soprattutto non significa trasformare la simpatia personale verso un presidente americano in una linea di politica estera.

Negli ultimi mesi i segnali erano già evidenti. La nuova amministrazione americana ha mostrato più volte di non considerare coincidenti gli interessi degli Stati Uniti e quelli italiani. Trump, in particolare, ha già dimostrato di non avere grande riguardo per i leader europei, per le forme diplomatiche e, talvolta, nemmeno per la coerenza degli alleati occidentali. Non era necessario attendere la frase sulla fotografia per accorgersi che il rapporto andava gestito con maggiore freddezza.

Per questo, pur respingendo senza esitazione le parole di Trump, non si può evitare una critica anche alla postura italiana. Meloni avrebbe dovuto mantenere, almeno nell’ultima fase, un atteggiamento più prudente e distante. Non ostile, naturalmente, non antiamericano, ma nazionale. Da Presidente del Consiglio italiano, non da interlocutrice politicamente affine a un leader straniero.

La destra italiana, se vuole essere davvero nazionale, deve liberarsi da ogni minima, anche solo ipotetica apparenza di subordinazione. Anche quando dall’altra parte non c’è Bruxelles, non c’è Berlino, non c’è Parigi, ma Washington. Il patriottismo non può funzionare a corrente alternata: severissimo con l’Europa e deferente con l’America. La risposta di Meloni — “l’Italia non implora” — è stata giusta, necessaria, dignitosa. Ma sarebbe stato ancora meglio non trovarsi nella condizione di doverla pronunciare.

Giorgio Carta, 21 giugno 2026

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