D’Amato, caposervizio di Open, racconta in prima persona il suo rapporto con Valter Lavitola e ricostruisce una serie di incontri e conversazioni avuti con lui nei mesi successivi all’attentato a Sigfrido Ranucci. Al centro del racconto c’è soprattutto il progetto, coltivato dal faccendiere, di costruire attorno al giornalista di Report una rete di contatti che avrebbe potuto avere anche uno sbocco politico.
Il primo colloquio sull’argomento risale al 20 ottobre 2025, quattro giorni dopo l’attentato. D’Amato conosceva già Lavitola, che in precedenza gli aveva chiesto di aiutarlo a raccogliere materiale per un libro autobiografico poi mai realizzato. «Ero andato da “Valterino” […] perché sapevo della sua frequentazione con Ranucci», racconta. In quell’occasione Lavitola gli parlò di un presunto «sondaggio americano» che avrebbe indicato Ranucci tra le personalità non politiche più popolari d’Italia e gli disse che, già prima dell’attentato, stava pensando a qualcosa da «fare insieme» al conduttore.
Secondo il racconto di D’Amato, il progetto prevedeva anche la costruzione di una rete di persone e associazioni legate alle presentazioni dei libri di Ranucci. Lo stesso giornalista avrebbe dovuto lavorare su una mailing list fornita da una collaboratrice del conduttore. A quel punto D’Amato chiese esplicitamente a Lavitola: «Sì ma quindi poi che ci si fa con il partito di Ranucci?». Lavitola reagì male, negando di aver mai parlato di un partito e sostenendo che qualsiasi discorso del genere fosse prematuro. D’Amato però precisa: «Sapeva, Ranucci? Di questi discorsi sicuramente sì».
Questo, sottolinea, non significa però che Ranucci avesse accettato un progetto politico. Anzi, secondo quanto Lavitola gli raccontava all’epoca, il conduttore era «titubante» e poco convinto. D’Amato conclude che Lavitola «si stava muovendo in autonomia, in attesa di convincere Ranucci al grande passo». Quanto all’attentato, aggiunge che in quel periodo Lavitola evitava l’argomento e che Ranucci non poteva sapere cosa si stesse muovendo alle sue spalle.
D’Amato racconta anche di aver cercato più volte di capire chi avesse commissionato il fantomatico sondaggio americano. Dopo molte domande, Lavitola gli avrebbe parlato di «ambienti del Partito Democratico americano», senza però fornire ulteriori spiegazioni. Il progetto politico sarebbe poi sparito improvvisamente dalle loro conversazioni, tanto che D’Amato pensò che fosse stato definitivamente bocciato da Ranucci. Le carte dell’inchiesta mostrano invece che Lavitola sarebbe tornato successivamente sull’idea, arrivando nel 2026 a commissionare un sondaggio su Ranucci attraverso Izi, con il coinvolgimento dell’ex senatore Michelino Davico.
La parte più significativa del racconto personale riguarda però gli ultimi incontri. Il 4 luglio 2026, dopo l’arresto dei presunti esecutori materiali dell’attentato, D’Amato va a pranzo al Cefalù Bistrò e incontra Lavitola. «A un certo punto, quando me ne sto per andare, mi avvicino a lui che traffica davanti alla macchina del caffè e gli chiedo: “Sai qualcosa dell’attentato a Ranucci?”». La reazione, racconta, lo colpisce: «Lui mi guarda molto stupito, abbassa lo sguardo e sussurra un “No, no, ma ti pare”». Poco dopo arriverà la perquisizione e, anche nelle successive telefonate con D’Amato, Lavitola continuerà a proclamarsi innocente.
L’ultimo incontro avviene domenica 9 agosto. Lavitola invita D’Amato a pranzo e i due discutono dell’indagine prima al ristorante e poi nell’auto dello stesso Lavitola, già sottoposta a intercettazioni. Il faccendiere appare più tranquillo perché ritiene venute meno le accuse più pesanti. D’Amato ricorda le sue parole: «Posso rispondere a ogni cosa e spiegarla. Ti pare che mi arrestano?». Il giorno successivo, conclude il giornalista, i carabinieri si presentano a casa del faccendiere.
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