Esteri

Ma Trump ci aveva promesso: mai più guerre

Il tycoon alla fine si è dovuto scontrare con la realpolitik

Donalda Trump e la guerra in Iran Immagine generata da AI tramite LeonardoAI e DALL·E di OpenAI
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Non vorrei guastare la festa agli entusiasti, ai tutti pazzi per Trump, ma mi viene a volte il leggerissimo sospetto che il tutto pazzo sia Trump: promette che con lui mai più guerre, che risolverà quelle in corso (risultati: non pervenuti), si prende “15 giorni per decidere” se entrare, con la levità di un T-rex, nella polveriera iraniana e dopo 24 ore annuncia trionfante di avere raso al suolo “totalmente e completamente” gli impianti degli ayatollah. Bene bravo speriamo non bis. Qui non leggerete analisi di insostenibile leggerezza alla Sala – “in Iran fanno più rave party che in qualsiasi altro posto al mondo” – o il prof. Orsini, uno che imbarazzerebbe lo stesso Putin – “Come sempre avevo ragione e me lo dico da solo”, segue crisi isterica, men che meno banalità ipocrite da miss mondo o Giuseppe Conte su quanto è bella la pace, ancor meno bandierone di Hamas strusciate come lingerie da palco, però una domanda consentitemela: siamo proprio sicuri che sia tutto sotto controllo? Che questa strategia di tabula rasa abbia effettivamente uno sbocco e non catastrofico? Siamo d’accordo che certe canaglie vanno fermate, che sono durate anche troppo, ma a nessuno piglia il sospetto che una soluzione di guerra assoluta, sempre al rilancio, sia l’unica perseguibile a scapito di qualsivoglia attività alternativa? Non si finisce per far saltare per aria mezzo mondo, o magari tutto intero? Dove porta la soluzione vietnamita a lungo andare?

Dice: bravo tu, trovane un’altra di soluzione. Ma io mi limito a considerare che ci sono, per cominciare, tre aree apocalittiche dove popoli fratelli, separati artificialmente per questioni teologiche e/o politiche, sono fermamente determinati a sterminarsi a vicenda partendo dai bambini: israeliani e palestinesi, russi e ucraini, indiani e pakistani; non mi pare che, passando le settimane, le cose volgano al meglio, Israele sta facendo piazza pulita, o almeno ci prova, di tutte le minacce che la avvolgono, dove passa non resta in piedi più niente, a Beirut è venuta giù mezza città per far fuori sei capi di Hezbollah. Va bene, ma a un certo punto non ci si dovrà fermare? O si procede, a catena, per tutto il medio Oriente, poi si passa a quello estremo, si fa il giro, si ricomincia da capo?

La faccenda, e a dirlo è uno che riceve quotidiani insulti e minacce in fama di “sionista”, che neanche so cosa voglia dire, sembra avere più a che fare con una situazione globale che con il cliché del caro vecchio imperialismo americano: la Cina, per dire, non vedere l’ora di impacchettarsi Taiwan e già comincia a dire: ma se lo fa Trump per conto terzi, perché non dovremmo poterlo fare noialtri risolvendo una faccenda privata? Pretesti, certo, false ragioni, ma svolazzano in tutte le direzioni e il risultato è solo un rumore di fondo che stordisce più dei missili, dei droni, degli ordigni: nessuno sa vedere che la famosa terza guerra mondiale paventata da 80 anni praticamente c’è già, seppure, per il momento, solo frazionata? Nessuno si pone il problema di una reazione a catena dagli esiti incalcolabili ma sicuramente apocalittici? Chi scrive nota una tendenza allucinante, la polarizzazione delle esaltazioni: nel mio piccolo sono invaso da messaggi, di amici, semplici conoscenti, perfetti sconosciuti, opposti e uguali: da “forza Iran e Hamas, facciamo fuori tutti gli ebrei” a “non ti fermare Israele, distruggili tutti questi islam e tanto peggio per i bambini”: a me pare una barbarie allo specchio, dove nessuno ha il coraggio della propria ferocia, la sublima in motivazioni sempre più scatenate e surreali.

Mi limito a raccogliere l’appello di papa Leone: ragazzi, o qui ci mettiamo tutti a usare la logica, o va a finire veramente male. Ma nessuno gli ha dato ascolto. Va bene, affidiamoci pure a chi ha il dito sul pulsante, ma permetteteci qualche legittima apprensione: qui nessuno sembra davvero avere il sangue freddo e la razionalità che serve. Non parliamo neanche per scherzo o per accademia di quei pendagli da forca sparsi tra i “proxy” dell’Iran e l’Iran stesso, per non dire di chi li sostiene con argomentazioni farabuttesche, ma insomma che aspettarsi da un Trump che annuncia “potrei far fuori Khameney oppure no”, insomma come mi gira, e si prende due settimane per una entrata in guerra che annuncia dopo averla già messa in atto? O quell’altro, Netanyahu, che dice “cosa credete, la guerra è un sacrificio per tutti, mio figlio ha già dovuto rimandare due volte il suo matrimonio”? Qui non troverete né tifo da stadio né esaltazioni di sorta, solo un profondo, desolato sconforto: perché l’impressione è quella di un pianeta che va allegramente a fuoco, e non per il riscaldamento globale, senza che nessuno se ne preoccupi veramente.

Allora l’alternativa non è più tra questo o quello, tra chi è arrivato prima o ha occupato dopo, ma tra chi ha ancora la testa sulle spalle e chi l’ha persa completamente. Domanda: e se fossero rimasti solo questi ultimi? Se nessuno sapesse sul serio cosa sta facendo, ma lo fa e non sa fermarsi? Se, insomma, domani dovessimo scoprire che era troppo tardi? Se non arrivassimo neppure a scoprirlo?

Max Del Papa, 22 giugno 2025

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